Di seguito una proposta di volantino informativo nato dall’esigenza di spiegare ad un vasto pubblico le istanze antispeciste. Il testo potrebbe divenire un canovaccio su cui lavorare per la stesura di un manifesto antispecista.
Tutte e tutti sono invitati a partecipare.
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Un esempio di introduzione all’antispecismo da considerarsi come stimolo per successive revisioni. Quanto proposto di seguito non deve essere considerato un testo definitivo.
Si attendono commenti, modifiche, critiche e proposte.
Revisione 5
6 novembre 2009
L’antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che lotta contro lo specismo, l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio veicolata dalla moderna società umana. Come ogni altra lotta contro la discriminazione, l’antispecismo respinge quella basata sulla specie (specismo) e sostiene che la sola appartenenza biologica ad una specie diversa da quella umana non giustifichi moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente.
Gli antispecisti lottano affinché gli interessi degli animali non umani vengano considerati fondamentali tanto quanto quelli degli umani, cercando di destrutturare e ricostruire la società umana in base a criteri ecocentrici che non causino sofferenze inutili, e di per sé quindi evitabili, alle specie viventi e al pianeta. L’approccio antispecista ritiene (considerando tutte le dovute differenze e peculiarità):
- che le capacità di sentire (di provare sensazioni come piacere e dolore), di interagire con l’esterno, di manifestare una volontà, di intrattenere rapporti sociali, non siano prerogative esclusive della specie umana;
- che l’esistenza di tali capacità nei non umani comporti un cambiamento essenziale del loro status etico, facendoli divenire “persone non umane”, o conferendo loro uno status equivalente;
- che da ciò debba conseguire una trasformazione profonda dei rapporti tra persone umane e persone non umane, che prefiguri un radicale ripensamento della società umana trasformandola in una reale società libera (umana e non umana).
Questa breve definizione indica alcuni punti chiave da tenere in considerazione:
Considerazioni:
1) L’antispecismo è un movimento filosofico, politico e culturale, pertanto chi abbraccia la visione antispecista si adopera per la sua diffusione attraverso la trattazione filosofica del problema. Si propone di assumere atteggiamenti e comportamenti tali da poter influenzare la società umana attraverso una visione politica dell’antispecismo, e si propone di attivarsi tramite iniziative culturali, sociali e personali per il raggiungimento di uno scopo ultimo: la creazione di una nuova società umana più giusta, solidale, libera e compassionevole che potremmo definire a-specista (senza distinzioni e discriminazioni di specie) ma meglio ancora società umana libera. L’attivista antispecista non può quindi considerarsi a-politico nel senso più stretto del termine, in quanto l’azione politica è uno degli esercizi fondamentali dell’antispecismo atti al cambiamento della società umana.
2) L’antispecismo si oppone allo specismo inteso come pensiero unico dominante nell’attuale società umana concepita come verticistica, basata sulla legge del diritto del più forte e sulla repressione del più debole, orientata alla difesa dell’interesse personale e del patrimonio, a discapito dei diritti, dell’uguaglianza e della solidarietà nei confronti dei più deboli tra gli animali umani e non umani. L’antispecismo, pertanto, non è un movimento che intende riformare la società umana moderna, ma cambiarla radicalmente eliminandone le spinte discriminatorie, liberticide, violente nei confronti dei più deboli, antidemocratiche, autoritarie ed antropocentriche. In una sola parola rivoluzionandola abbattendo l’ideologia del dominio che la contraddistingue.
3) Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla diversità razziale umana, l’antispecismo respinge quella basata sulla specie. Le radici culturali, morali, filosofiche e politiche dell’antispecismo sono una naturale evoluzione delle lotte sociali per l’affrancamento dei più deboli tra gli umani, ed il riconoscimento dei loro diritti fondamentali (pur presentando peculiarità molto importanti che lo distinguono da qualsiasi altra lotta sociale, politica e culturale). L’antispecista, pertanto, non solo si batte per l’eliminazione delle discriminazioni dovute alle fittizie e strumentali barriere di specie innalzate dall’uomo per sottrarsi ai suoi doveri nei confronti della natura e delle altre specie; ma assume come elementi base il riconoscimento dei pieni diritti dell’umano a prescindere da sesso, religione, orientamento sessuale, condizioni fisiche e mentali, ceto, etnia, nazionalità etc… L’antispecismo deve essere considerato una naturale evoluzione del pensiero antirazzista, antisessista, antimilitarista e pertanto anche in assoluta antitesi con xenofobia, discriminazioni sessuali, sociali, etniche, culturali, religiose, ed in generale con il fascismo ed i totalitarismi di qualunque orientamento politico o natura, in quanto fautori dell’ideologia del dominio dell’oppressione e della repressione.
L’ottica antispecista pur quindi essendo mutuata da quella della lotta per i diritti civili umani, ha peculiarità e caratteristiche diverse e sostanziali: essa non dovrebbe prevedere concessioni ad altri (allargamento della sfera dei diritti, o allargamento della sfera morale, o allargamento della polis), ma piuttosto il controllo delle proprie attività e delle attività della propria specie in relazione a principi di equità, giustizia e solidarietà nei riguardi delle altre specie (ripensamento delle attività della specie umana in base ai propri doveri nei confronti delle altre specie viventi non più considerate inferiori, ma semplicemente diverse – persone non umane, e pertanto popolazioni di persone non umani).
L’azione antispecista mira dunque nell’immediato alla tutela degli interessi degli animali non umani (in quanto privi di diritti elementari e naturali e di status privilegiati), ma con il pieno riconoscimento dei diritti dei più deboli tra gli umani. L’attivista antispecista è moralmente tenuto ad impegnarsi nel quotidiano contro ogni tipo di ingiustizia e di prevaricazione nei confronti dei più deboli o svantaggiati, siano essi umani o non. Le attenzioni verso gli umani e verso l’ambiente e la Terra sono da considerarsi parte integrante della lotta per la liberazione degli animali non umani, e viceversa.
L’attivista antispecista pone molta importanza alla pratica personale ed alla coerenza, conseguenza diretta di ciò è l’applicazione dei principi antispecisti alla propria vita quotidiana attraverso ad esempio la pratica del veganismo etico, del consumo critico (inteso come metodo utile all’allontanamento definitivo dal consumismo), del boicottaggio, riciclo, riuso e riutilizzo di merci beni e servizi, e di tutte le altre pratiche utili al raggiungimento del minor impatto possibile sulle altre specie animali, sulla propria e sull’ambiente.
La pratica vegana:
Lo stile di vita vegano non è da considerarsi come obiettivo, ma meramente come mezzo, una pratica, per il raggiungimento del fine ultimo dell’antispecismo: una nuova società umana liberata ed a-specista capace di rispettare e di vivere in armonia con le altre specie viventi. Tale fine è possibile attraverso la lotta per la liberazione animale (umana e non umana).
Ogni visione riformista, conservatrice, reazionaria o repressiva ed in generale tesa alla tutela della conservazione dello stato di fatto della società umana basata sui privilegi dell’antropocentrismo, è aliena ed antitetica alla visione antispecista. Ogni dottrina, filosofia, politica, religione basata sullo specismo e l’antropocentrismo (l’assunto che l’essere umano per i più svariati motivi ha un valore intrinseco maggiore rispetto alle altre specie) è combattuta dalla nuova visione antispecista.
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Approfondimenti:
Si suggerisce di visionare “La cassetta degli attrezzi“
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Alcune altre definizioni utili:
Antropocentrismo
L’antropocentrismo (dal greco άνθρωπος, anthropos, “uomo, essere umano”, κέντρον, kentron, “centro”) è la tendenza – che può essere propria di una teoria, di una religione o di una semplice opinione – a considerare l’uomo, e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nell’Universo. Una centralità che può essere intesa secondo diversi accenti e sfumature: semplice superiorità rispetto al resto del mondo animale o preminenza ontologica su tutta la realtà, in quanto si intende l’uomo come espressione immanente dello spirito che è alla base dell’Universo.
Specismo
Lo specismo è una filosofia antropocentrica nella concezione dei diritti degli animali non-umani. Il termine fu coniato da Richard Ryder per riferirsi alla convinzione antropocentrica che gli esseri umani godano di uno status morale superiore (e quindi di maggiori diritti) rispetto agli altri animali. L’intento di Ryder era quello di porre in evidenza le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le motivazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono analoghe. Il termine specismo viene usato comunemente nel contesto della letteratura sui diritti animali (per esempio nelle opere di Peter Singer e Tom Regan). Fra le variabili giustificazioni dello specismo alcune possono essere:
- la replica dei meccanismi naturali di lotta fra specie la negazione dei meccanismi naturali di selezione e competizione all’interno della specie
- la concezione di diritto attribuibile soltanto ad un essere umano raziocinante
- la non consapevolezza della propria esistenza di tutti gli animali non umani.
Tale protezione viene estesa anche gli umani che non rientrerebbero in alcune delle categorie sopra citate, ma comunque appartenenti alla specie umana (neonati, handicappati mentali, malati in coma).
Gli antispecisti ritengono che la morale e l’etica comune, come anche lo Stato Italiano e le altre istituzioni europee, siano ad oggi contraddistinti da una filosofia specista.
AGGIORNAMENTO
In seguito alla 4 giorni svoltasi in aprile 2008 a Milano, si pubblica un documento sull’allargamento della definizione di SPECISMO:
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Sulla definizione dello SPECISMO
Introduzione
È un’idea profondamente radicata che l’uomo possa disporre a proprio piacimento di ogni altro essere vivente. Da tempo è però in atto una lotta affinché gli interessi degli umani e degli altri animali vengano posti sullo stesso piano in nome di un ideale di uguaglianza tra le specie. Coloro che si oppongono alle teorie e alle pratiche che riconoscono esclusivamente gli interessi dell’animale umano definiscono specismo l’atteggiamento di pregiudiziale negazione o disattenzione degli interessi degli altri animali.
Le donne e gli uomini che combattono questa lotta per l’abbattimento del pregiudizio antropocentrico e per un mondo in cui i rapporti tra le specie possano essere liberi ed ispirati a principi di uguaglianza e solidarietà si definisco perciò antispecisti.
A. Storia dell’antispecismo
Il concetto di “specismo” viene elaborato esplicitamente verso la fine degli anni ‘60 nell’ambito della filosofia morale anglosassone. Esso è però il risultato di una lunga storia: ha alle spalle generazioni di “animalisti” che hanno cercato, a partire da tradizioni e impostazioni diverse, di denunciare la violenza della specie umana verso gli altri animali. Schematizzando al massimo, possiamo dire che nella storia (occidentale ) si sono succedute le seguenti modalità di “difesa” dell’animale non umano:
1) un sentimento di amore e rispetto di singoli individui (ad es. Porfirio, Leonardo, Schweitzer) per gli animali non umani.
2) un movimento zoofilo/protezionista che a partire dall’800 ha coltivato la simpatia morale nei confronti degli animali non umani come “estensione” dei diritti umani (ad es. la Society for the Prevention of Cruelty to Animals, Henry Sault).
3) un movimento liberazionista che a partire dagli anni ‘70 ha teorizzato (Richard Ryder, Peter Singer, Tom Regan) e messo in pratica (ALF) una visione di radicale liberazione dell’animale dal dominio umano che va ben al di là della zoofilia e del protezionismo vecchio stampo.
B. Elementi dello specismo
Una lotta antispecista che non condanni l’uomo come essere intrisecamente e del tutto “malvagio” ed “innaturale”* (cioè erroneo, da cancellare etc.), muove da due presupposti: che la società umana non sia (1) per natura e (2) necessariamente una società gerarchica e oppressiva del vivente. Il presupposto (1) ci spinge quindi a comprendere quando e come la società umana diventa specista e ciò può essere fatto tramite un’analisi storica dei rapporti tra società umana e natura. Il presupposto (2) ci permette di sostenere la possibilità di un cambiamento futuro della società umana ed elaborare una prassi in grado di porre in essere tale cambiamento.
(1) Storia dei rapporti tra le società umane, il vivente non umano e l’ambiente
Lo specismo non va inteso riduttivamente come visione discriminatoria, poiché esso è anche e soprattutto una prassi di dominio.
In tal senso è importante definire il concetto di dominio per comprendere quando la società umana diventa, di fatto, specista. Definiamo sfruttamento il controllo (totale o parziale) del ciclo biologico di un altro essere vivente tale che questi perda la propria autonomia e venga così ridotto a risorsa.
Laddove lo sfruttamento si esercita su un altro essere senziente come negazione di ogni possibilità di rapporto e riduzione (o cancellazione) dell’identità dell’altro, parliamo di dominio.
Da questo punto di vista, vanno considerate “materialmente” speciste, le società umane che praticano l’addomesticamento della vita non umana in ogni sua forma e, pertanto, tutta la storia della civiltà, fondata sull’allevamento e l’agricoltura.
Ma anche lo specismo come visione discriminatoria – o ideologia – sorge con la civiltà, con la costruzione di religioni antropocentriche e spiritualiste , in cui l’essere umano è posto come signore della natura in una posizione di privilegio ontologico e assiologico.
La storia della civiltà ci mostra come lo specismo non sia solo una forma di discriminazione “analoga” al sessismo e al razzismo. Come prassi di dominio è anzi molto di più: è addirittura il presupposto storico dei rapporti di dominio infraspecifici. Benché esso non sia stata l’unica causa di tali sviluppi sociali, è certo però che senza lo sfruttamento materiale della natura non sarebbe stato possibile creare il differenziale di ricchezza sociale ed economica che è alla base delle società classiste, sessiste e belliciste e, dunque, dell’intera civiltà. Così come è certo che senza la riduzione dell’animale non umano a natura “inferiore”, non sarebbe stato possibile realizzare i meccanismi ideologici che riducono la donna e lo straniero ad esseri privi di “spirito”, dunque mera “natura”, quasi “animali”.
(2) L’antispecismo come prassi di trasformazione
Le oppressioni di specie, di genere, di classe e razziali appaiono così strutturalmente connesse: la società umana stessa è tenuta insieme e definita da tali rapporti di esclusione e sfruttamento dell’altro e questo altro è regolarmente l’oggetto di una prassi di sfruttamento di cui solo alcuni beneficiano. Si comprende dunque come la lotta contro lo sfruttamento animale miri ad eliminare il tassello fondamentale su cui è costruita tutta la civiltà del dominio.
Non è un caso, dunque, che il movimento di liberazione animale in tutto il mondo abbia cominciato a maturare una consapevolezza che lo spinge ad allargare il campo riduttivamente etico in cui si inscrive l’originario dibattito sullo specismo (benché esso abbia trovato qui le armi logiche per diffondere le proprie idee e difendersi dalle obiezioni più comuni).
La cultura anarchica si è appropriata per prima del concetto di specismo, intendendolo non come un termine tecnico da impiegarsi in schermaglie filosofiche bensì come concetto critico che mira ad un cambiamento radicale delle società umane nella loro interezza. Oggi, tale consapevolezza non è più patrimonio esclusivo di alcune frange del movimento anarchico e l’antispecismo ha la possibilità di porsi come ideale politico capace di ispirare una prassi di trasformazione radicale dell’esistente: un movimento che nel momento in cui rivoluziona i rapporti interspecifici non può non trasformare anche i rapporti infraspecifici.
note:
1) Il concetto di uguaglianza è qui lasciato volutamente in senso generico, essendo profondamente diverso il significato e la giustificazione che i protagonisti di questa lotta danno a tale concetto (uguaglianza “di interessi”, uguaglianza “giuridica”, uguaglianza “politica” etc.).
2) Essi denunciano altresì uno specismo di secondo livello che consiste nel concedere ad alcuni non umani il privilegio di entrare in parte o in toto nell’ambito della considerazione morale umana. È il caso, ad es., degli animali da compagnia, il cui benessere è salvaguardato indirettamente perché e fintantoché è considerato moralmente rilevante dai loro affidatari umani e delle scimmie antropomorfe, che si vedono talvolta riconosciuto uno status morale in grazia della somiglianza psichica con la specie umana.
3) Il pensiero orientale ha conosciuto filosofie e religioni (Buddismo, Jainismo) che non ammettevano né predicavano una differenza assiologica radicale tra l’animale umano e quello non umano, muovendosi anzi in un orizzonte di compassione verso quest’ultimo. Per tale motivo, tali tradizioni vengono oggi riprese da alcuni antispecisti occidentali come possibili orizzonti di pensiero aspecista.
4) Per quanto indubbiamente caratterizzate anch’esse spesso da crudeltà sia in senso intra che infraspecifico, non è possibile caratterizzare come società speciste né in senso materiale né ideologico le società di raccolta e caccia con la loro visione animistica del vivente.
5) Il fine dell’azione antispecista non può essere l’isolazionismo o l’estinzionismo umani, ma il ripristino e lo sviluppo di rapporti tra le specie fondati sulla reciproca autonomia e libertà.

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Ciao a tutti,
una piccola nota su questa frase:
“alle altre specie viventi e al pianeta”
Alle “altre” specie viventi, implica secondo me una cosa in cui non credo affatto, e cioè che ci sia distinzione tra gli interessi fondamentali di specie, non ché nelle cause di sofferenza.
Per spiegarmi meglio, è come se si sostenesse che lo specismo causa sofferenza alle “altre” specie, ma non a quella umana, cosa che io non trovo affatto realistica, e in più una netta separazione di interessi.
Io al contrario continuo a sostenere che lo specismo implica sicuramente sofferenza per le specie RITENUTE in scala evolutiva inferiori a quella umana, ma anche infinita sofferenza (diretta ed indiretta) alla specie umana che dall’apice di questa ILLUSORIA classificazione gerarchica, crede in propri interessi di specie che sono invece il risultato di una profonda alienazione, persegue obbiettivi dannosi per tutte le specie, e si ripete in comportamenti distruttivi per tutte le specie.
Se fosse per me quindi, toglierei quell’”altre”.
Mi rendo conto che devo approfondire ulteriormente, ma sono in un internet caffé!
Ciao a presto
Eva
Ciao Eva,
Assolutamente d’accordo con te sulla questione dello specismo quale causa di sofferenze intraspacifiche e interspecifiche. Nella definizione si parla di “altre specie viventi” non per intendere la separazione tra sfruttamento di specie diverse da quella umana, ma per far capire meglio a chi legge di cosa si sta parlando, infatti il contesto è il seguente:
Si cerca di spiegare ciò che si intende fare come antispecisti e quale sia il problema attuale, e quale la soluzione: “ricostruire la società umana”.
Se però il tutto può ingenerare dubbi come quello da te esposto, si può benissimo cambiare il testo, anzi a questo punto lo si deve fare.
Modifica proposta da Eva effettuata
Ciao a tutti,
Premetto che questa riflessione potrebbe risultare sottile, forse troppo per lo scopo finale.
Eppure a parere mio, si tratta di una sfumatura che per le meccaniche della comunicazione, è importante.
Grossolanamente citando infatti il comportamentismo, le dinamiche dell’apprendimento vengono ovviamente scatenate da stimoli esterni, per lo più vocaboli, i quali però possono evocare immagini più forti del vocabolo stesso ai fini dell’apprendimento.
E’ il caso ad esempio di “animalismo”, che contenendo in sé un termine fortemente evocativo come “animali”, rimane spesso relegato dal fenomeno di dissociazione dal mondo naturale (disconoscimento dell’animalità nella specie umana) ad argomento di secondaria importanza per gli animali umani. Purtroppo non vi è dubbio infatti, che quasi sempre gli individui di specie umana negano la propria appartenenza al mondo animale e per questo, ciò che riguarda gli animali, non lo si ritiene di competenza anche umana.
Nonostante l’effetto di questo meccanismo dia risultati spesso ridicoli (basterebbe infatti andare oltre il fenomeno evocativo ed entrare nel contensto di una analisi logica ed approfondita del vocabolo), se queste sono le più comuni e immediate meccaniche (e lo sono), è meglio cominciare a farci i conti seriamente, decidendo ovviamente fino a quale granularità, allo scopo esclusivo di trovare forme comunicative efficaci e veloci.
In tal senso quindi mi trovo a storcere il naso ogni qualvolta si parla di “antropocentrismo”.
Evocativamente è un vocabolo fortissimo, scatena l’immagine dell’ego (comunemente a sua volta evocativo di immagine moralmente negativa), quindi, anche senza l’auspicato uso della logica, è capace di concretizzare la critica ad un comportamento umano dipingendone chiaramente un contesto.
In antropocentrismo, si dipinge un cerchio, o meglio una sfera, al cui centro appunto si prefigura un individuo umano, tutto intentoa creare un moto centripeto attraverso l’uso del potere di cui ha facoltà.
Questa icona dell’uomo che circondato ovunque da altre forme viventi senzianti o semplicemente
vegetanti, attira verso di sé ciò che gli torna utile, prefigura una critica morale per tante ragioni.
E fin qui tutto bene. Con una sola parola (antropocentrismo) si evoca qualcosa di molto simile alla realtà, si chiarifica la propria posizione critica, si ottiene immediatamente una reazione di disagio morale, si parla di animali.
Eppure questa evocazione non è a parere mio corretta. Forse non lo è più, forse semplicemente non lo è del tutto, sta di fatto che rischia di essere fuorviante, di non essere coerente con quello che è lo stato (magari anche definibile “stadio”, come qualcosa in divenire) attuale dello specismo.
L’impressione è che se per secoli, forse millenni, davvero si è trattato di antropocentrismo, esplicitato da comportamenti ed ideologia di dominio, ora si sia passati ad una fase successiva, dove per rafforzare e perpetuare nel tempo l’ideologia del dominio stessa, l’immagine che comunemente
si ha della specie umana non è più al “centro”, ma “sopra”.
Nel caso di reale antropocentrismo, la percezione del sé di specie, avviene comunque secondo logiche di appartenenza (al centro di qualcosa, circondato da tante altre cose è implicita l’inclusione), di condivisione, di scambio, che la specie umana con la sua cultura del dominio attuale, ha abbondantemente superato.
L’esercizio di dominio, (che è di fatto una applicazione di forza metodica e la giustificazione di questa), non implica automaticamente la negazione di appartenenza.
Mentre allo stato attuale delle cose (stabilire da quando sarebbe anche interessante, ma non fondamentale), non si può proprio più parlare di “centrismo” data la visione a piramide stretta, su cui la cultura della specie umana basa tutta la percezione del sé e ogni considerazione sulla relazione con il mondo.
Di questa immagine che appunto si tramette come una onda, di generazione in generazione, senza però nessun nome che la identifichi velocemente, si possono rilevare gli effetti via via sempre più devanstanti, poichè in una gerarchia piramidale appunto, l’alienazione che deriva dalla naturale distinzione tra il “supremo” (il vincente) e tutti gli altri è ancora più forte, l’abitudine all’illusione di avere una via di fuga verso l’alto è ancora più forte, la sensazione di solitudine su quella cima è ancora più forte.
A questo punto mi chiedo dunque se non sia il caso di affiancare “antropocentrismo” con qualcosa di moggiormente coerente della attuale visione che la specie umana ha di sé e dei comportamenti coerenti che quindi ripete compulsivamente, ingabbiata come é da una simile e ridicola cartolina egizia.
Si potrebbe pensare che quel qualcosa possa essere implicito nel termine “ideologia del dominio”, ma io non trovo sia così.
L’ideologia del dominio è appunto un ideologia, ed in un certo senso in continuo mutuo nutrimento con la visione antropo – archica (concedetemi il termine, non lo ho ancora trovato un altro!), che è andata sostituendosi a quella antripo – centrista.
Scusate il mio delirio, vi chiedo cosa ne pensiate.
Ciao!
Eva,
la distinzione che fai è davvero sottile ma non mi sembra fuori luogo. Antropoarchismo invece di antropocentrismo, suona bene! Vale la pena di approfondire non credi? ;)
Io critico il concetto di antropocentrismo perché secondo me è un’illusione ideologica…l’uomo NON e’ affatto il centro del sistema e, ammesso che lo sia mai stato, oggi certo non lo è più. Incollo qui un passaggio di una cosa che ho scritto tempo fa:
Che l’animale venga trattato come fine e non come mezzo, presuppone che l’uomo stesso sia trattato come fine. Si capisce allora come tanta critica all’antropocentrismo delle società Occidentali risulti, in fondo, assurda. La condanna sommaria dell’antropocentrismo dimentica troppo spesso che l’anthropos è una finzione ideologica ad uso delle classi dominanti: direttamente in Grecia e a Roma, dove solo il cives era considerato vero uomo; indirettamente nella società borghese che garantisce, proprio attraverso l’enfasi sul diritto universale dell’uomo, il privilegio e il potere particolare di pochi. [...] Il capitalismo, si sa, non conosce alcun dio che non sia il denaro e in nome di questo opera la totale funzionalizzazione dell’esistente al proprio dominio. La desacralizzazione del mondo, in base a cui ogni cosa può essere comprata, sfruttata e prodotta in serie, è conseguenza di un sistema economico che non pone limiti al profitto. Anche l’uomo – formalmente unico valore assoluto riconosciuto dal sistema – è, nella realtà dei rapporti di produzione, asservito, sfruttato e prodotto in serie. Combattere l’antropocentrismo, in questo caso, è come combattere coi mulini a vento: come se il sistema attuale fosse VERAMENTE centrato sull’uomo.
http://www.liberazioni.org/ra/ra/ma_ma/parteseconda.html
Per prima cosa prometto che appena mi sarà possibile leggerò con molta attenzione la seconda parte de “critica all’ideologia animalista” di Marco, come sempre c’è moltissimo da leggere, e pochissimo tempo per farlo: è una continua rincorsa…
Passando al post di Eva, io lo ritengo molto interessante e non credo sia un delirio, anzi, al contrario è una lucida analisi di un termine che spessissimo ci ritroviamo ad usare, ma che raramente si soffermiamo a considerare.
Il discorso non fa una piega: viviamo quotidianamente in una società piramidale, immersi in essa, in un paradigma che prevede la vittoria sistematica del più forte sul più debole, dovremmo quindi metabolizzare l’ideologia del dominio e affrontarla con nuovi strumenti linguistici. Parlare di antropocentrismo di chi si erge sopra tutto e tutti è quindi se non un errore, quantomeno un’imprecisione.
Quindi ben venga un neologismo come antropo-archismo quale descrizione del fenomeno di cui noi tutti siamo testimoni, e antropo-archia quale diretta conseguenza del primo. E noi come potremmo definirci? An-antropo-archici?
Per assurdo si potrebbe recuperare addirittura il concetto di antropocentrismo come descrizione della nostra visuale rispetto agli altri viventi: essere al centro rispetto ad altri centrismi non sarebbe male: ciascuno con la propria ottica, ma tutti sullo stesso piano. Non più una visione assoluta, ma soggettiva e relativa, una visione che cambia di prospettiva a seconda dell’osservatore. Un essere umano può concepire un mondo di pari, ma sempre e solo attraverso la propria visione limitata di essere umano (antropocentrismo), che è ben diversa da quella di un serpente (erpetocentrismo), le due visioni però se inserire in una struttura orizzontale, potrebbero forse convivere, in tal caso l’antropocentrismo sarebbe di gran lunga meglio dell’antropoarchismo.
una parolina cè già…con tutti i suffissi che vogliamo…: anarchici?…scusate ma me la tirate sempre fuori… :> davide
caro davide, ci ho rifletto e secondo me hai in parte ragione, ma la riflessione mi pare fosse diversa e mi vengono le seguenti riflessioni.
cioò di cui io parlavo è il dominio su base di specie (“antropo-archia”), non il dominio (“archia”) generalizzato e di norma contestualizzato in realzioni umane.
Ciò di cui parla adriano con “an antropo archico” è relatiivo al dominio su base di specie quindi.
Ora, si potrebbe dire che semplificando si è “an-archici” (come sostieni tu, e fin qua ci si era arrivati da tempo, con molte più sfumature), ma l’uso di questo termine è così erroneamente percepito che la maggiorparte degli anarchici rimangono antropo-archici.
Quindi il problema quando si parla di antispecismo è identificare il dominio gerarchico di specie, ed eventualmente il suo contrario.
Questo potrebbe sembrare una minuzia ma a parer mio non lo é.
Per semplificare al massimo:
L’empatia viene sviluppata sopratutto durante l’infanzia e sopratutto a partire dalal relazione con gli animali. Senza empatia non è facile sviluppare potenzialità come la compassione. Senza compassione è improbabile sviluppare una percezione del sé che vada al di là dell’ego. Con personalità egoiostica non si realizzerà in nessuna maniera alcun tipo di an-archia, il conflitto sarà sempre regnante e la soluzione sempre violenta.
Senza contare l’abitudine a comportamenti dominanti che nasce proprio dall’abitudine a dominare gli animali e l’habitat in cui viviamo.
Quindi in particolare per l’assunzione di un modello anarchista è indispensabile includere l’”an antropo archia” o il modello sarà fallibile.
Senza contare che si può benissimo parlare di “an antropo archia”, senza credere in un modello assolutamente anarchista, ce ne sarebbe da dire ;-).
Io personalmente ci penserò ancora un po’.
sono d’accordo con te e con gli interventi annessi al tuo su quasi tutto; non vorrei aver dato l’impressione di banalizzare la discussione, che , anzi, da tempo avevo in mente a modo mio di avviare.
i rapporti gerarchici, su base di specie così come quelli innestati su qualsiasi altro tipo di relazione, sono anche in materia di prevaricazione a danno animale, per me, il fulcro dei problemi.
la mia battuta (anarchici?) era in relazione, appunto!, alla natura del mio antispecismo e desideravo riproporla in modo semplice e un pò provocatorio; per un paio di motivi: non mi convince in pieno la parola antispecismo e mi convince in pieno la parola anarchia.
-antispecismo: se è vero che il termine animalismo, carico come è di equivoci, vada sostituito, è anche vero che tale operazione assume un senso legittimo a causa delle accezioni improprie insite nel vocabolo stesso: sottolineare il rifiuto della catalogazione di specie (antispec-) sul piano relazionale serve ad ampliare il riferimento (animal-) alla sfera umana animale, ma il suffisso -ismo rimane e carico com’è di ambiguità a livello concettuale.
-anarchia: ugualmente agisce attraverso una negazione, ma la pone su di un piano omnicomprensivo (potenzialità da rivelare e non accantonare).
detto questo un altro paio di considerazioni: come dice bene Eva, e per dura esperienza personale,l’uso del termine anarchia (e non anarch-ismo che non a caso è utilizzato da un altra corrente, che non sento mia) subisce una deformazione di tipo circostanziale, simile per certi versi alla distorsione del termine animalismo, per come di norma viene inteso, quindi, in un dato momento storico come il nostro, è necessario fuoriscirne dal contesto originario per formulare una ridefinizione. succede che tale compito si generi in collaborazione tra coloro che anche in altri ambiti politici, comunisti e democratici, ne sentono l’esigenza, assolutamente comprensibile se non altro per merito della portata trasversale del messaggio di ugualianza tra le specie.
è da vedere a che punto scuole di pensiero non libertarie possano in prospettiva portare avanti l’idea antispecista in relazione alla pratica (a partire dalla stessa netta diversità di interpretazione dell’idea di ugualianza…), a causa della incompatibilità che assicura un’ideologia di riferimento prettamente umana della società (che sia prevista un’organizzazione sociale di stampo comunista e democratico sempre di regolamentazione si tratta e in questo senso la pur enorme differenza poco importa).
a mio avviso, invece, i pricipi anarchici lasciano spazio ad un’evoluzione dei rapporti in un’ottica paritaria anche tra le specie senza presupporre a priori un’applicazione estesa di supponenza umanista.
si tratta, ribadisco secondo me, che gli interessati alla strenua (prima e ultima…) lotta di riappropriazione dello spirito animale da parte dell’umanità, battaglia che oggi è fisica e cilturale insieme, abbandonino con spirito di rinnovamento i relativi ambiti di provenienza e abbraccino il coincetto di antispecismo;
il primo passo è stato sentirne l’esigenza; il secondo partorirne il significato; il terzo cominciare a battersi per esso in maniera nuova e diversa; il quarto capire di doversi fermare per conferire all’antispecismo una piattaforma teorica di riferimento;…i successivi li staremo a vedere e soprattutto a fare, ma io azzerderei una previsione a grandissime linee di alcuni passaggi:
-non rinchiudere l’antispecimo in un ideale chiuso e predefinito, consentendogli di incentivare l’opera di persuasione e diffusione nel medesimo modo dell’antirazzismo, come dire, l’antispecismo è la somma degli antispecisti.
-non soffocare l’antispecismo, consci del fatto che possa e, al momento debito per ognuno, debba confluire nelle tendenze politiche già esistenti (a meno che se inventi una nuova, ma non la vedo…); per cui ci sarà un anarco-antispecismo, un antispecismo democratico e un antispecismo comunista (con tendenze destroidi è inconciliabile per ovvi motivi).
-non caricare l’antispecismo di eccessive caratterizzazioni interne, stile ‘an anantro archia’, se non in una fase analitica non divulgativa (come è fin’ora avvenuto: la mia è solo una considerazione per il futuro); andando bene a guardare, se ci spingiamo oltre un certo punto come comunque è bene che sia, certe considerazioni non possono che essere vissute come problematiche esterne in un certo qual modo all’antispecismo nel suo significato generalizzato. se poi siamo tutti innanzitutto veramente ‘anantropoarchici’ ben venga, vuol dire che siamo tutti ‘……..’, sta volta non lo dico, vi lascio immaginare…perchè se c’è una cosa che non è proprio per nulla vera è che
…bhe, se si vuole, se ne può amabilmente parlare. ciao
PS: sempre che non avevi calibrato a dovere ‘”…anarchista”, perchè in tal caso riconosco che ci andrebbe scritto “anarchico”.
PS: il bello è che non potete pensare che faccio becera propaganda perchè nessun vantaggio viene a me delle vostre scelte e pensieri! :>
non sapevo bene dove mettere questo commento, (da qualche parte dovevo pur dirlo), lo infilo qui, sapendo che prima o poi qualcuno mi legge:
non trovate che “antispecismo” sia passato velocemente di moda? Se già prima era allegramente infilato al posto di animalismo e viceversa, ora non se ne vede quasi più traccia. Tutti tornati all’animalismo, probabilmente per semplicità o meglio, per quel bisogno ancestrale di semplificare, e poiché l’antispecismo semplice non è…
Notavo anche come, scossoni e pressioni, e lamentele, e menate varie hanno fatto abortire qualsiasi tentativo di approfondimento, questo blog tace da ben 6 mesi. Ci siamo fatti scoraggiare da pochi e agguerritissimi noti?
Sarà un caso allora che anche in quelle che sono le attività animaliste, questo anno mi è parso molto più triste e piatto del precedente? Ai posteri l’ardua sentenza…la triste sentenza…ahimé… e oltretutto, che noia!
Buon pro sia per aip e le altre pochissime cose che hanno funzionato, ma boh…non mi sono mai sentita più lontana di così da qualsiasi meta sognata.
Se mi sbaglio datemi un pizzico, magari sto avendo un incubo.
Eva
Ho notato anche io il silenzio di questo sito.
Mi sono affacciato da poco alla triste realtà del mondo e piano piano sto scoprendo idee che pensavo fossero solo mie, ma l’idea di questo sito mi sembrava buona. Che è successo?
Per quel che riguarda la questione “antispecismo o animalismo” io trovo che se l’obiettivo è diffondere un messaggio, svegliare il mondo e frenare l’orrore, è utile che la parola che si cerca non sia conosciuta dalla “massa”. Purtroppo le prime impressioni sono quelle che contano e se un ascoltatore distratto sente le parole “animalista”, “vegetariano”, ecc.. l’interesse cadrà per pregiudizio. Su “antispecismo” nessuno può avere pregiudizi e quantomeno c’è il rischio che almeno si cerchi di capire di che si tratta. Quindi secondo me antispecismo va più che bene…
Fabrizio, sei il miracolo di natale? :D
Concordo con te su tutta la linea, anche perché appunto, in antispecismo c’è l’etimologia che spiega l’andare molto oltre i diritti animali o la sofferenza di quella o quell’altra specie animale.
Ci sono tanti problemi da affrontare, andrebbero messi in fila e snocciolati uno a uno. Ci si stava provando, ma a quanto pare non abbiamo fatto i conti con qualcosa che non mi aspettavo sinceramente.
Quello che è successo secondo me, è che non si è davvero creduto e si continua a non credere, che lo specismo sia un fenomeno veramente culturale. Le poche cose in corso, chiamiamole campagne, non solo sono per lo più animaliste e non – secondo me – antispeciste, ma non mi sembrano prendere atto veramente di dover combattere un fenomeno culturale molto ampio.
Questa è la mia impressione. Ho scritto un breve sunto di come vedo io la cosa, che spiega in breve cosa ritengo antispecista e perchè e cosa no, presto spero di dargli la botta definitiva e pubblicarlo.
Alla fine è come se si stesse andando avanti allo sbaraglio. Ci si butta nei campi di battaglia (concedetemi il parallelismo), perché questo è attualmente l’unico modo veloce e molto semplice di sentire di avere fatto qualcosa, ma alle spalle non sembra esserci nessuna visione, alcun progetto, nessuna meta condivisa, ogniun per sé e nessuno per nessuno. Invece servirebbe un vero movimento, ma i movimenti nascono dalle ideologie, anche semplificate, ma da vere ideologie molto chiare, mentre questa sembra ancora nascosta, per nulla resa nitida da approfondimenti.
Un movimento antispecista, a questo dovremmo puntare, senza avere paura…contiamoci e riprendiamo il cammino. Niente confusioni, non si chiama animalismo, non si chiama ecologia, non si chiama neanche Pippo Lo Cascio, si chiama antispecismo ed ha bisogno di tutte quelle cure che i grandi movimenti di tutti i tempi hanno ricevuto. Analisi, attenzione, proclami, divulgazione, propaganda, lotte specifiche, dialettica, dibattiti pubblici, organizzazione, etc…etc…etc…
Io non mollo manco se mi gambizzano, quindi mi trovate qui anche in pensione …
Concordo in tutto e mi fa piacere vedere l’intenzione alla persistenza.
Ieri sera ho finalmente avuto il tempo di leggere tutta la discussione e ho poi ragionato sul fatto che un volantino da spargere, per cominciare, vista la possibilità magari di fare questo in ogni città in cui si riesce ad organizzare potrebbe essere una buonissima idea. Se poi si riuscisse a fare anche un sito su cui la gente, magari dopo aver letto il volantino, possa andare a cercare cose più dettagliate quali documenti, cosa accade nel mondo, libri consigliati, ecc.. e uno spazio in cui dire la propria e rendersi disponibile a diffondere il “concetto”, si inizierebbe forse a creare possibilità di “espansione”. E poi ovviamente tutto il resto, largo spazio alle idee per altre iniziative e creare un “buco” di cultura che possa piano piano far sentire un peso concreto in opposizione a quella presente.
Il “capo” di questo sito dov’è finito? Come mai non si ragiona più sul volantino col manifesto?
Tra l’altro cercando su google ho notato che esiste un altro sito in cui si parla di movimento antispecista (www.antispec.org), non so se l’avete già visto, che pur sembrandomi più macchinoso e forse un po’ troppo “politico”, mi sembra sia più o meno coerente con ciò che si dice qui e ricco di documenti e cose varie, ma non mi è chiaro se siano ancora attivi.
Credo sarebbe comunque una buona idea provare a buttare giù una bozza reale di volantino, visto che il testo c’è. Se riesco ad avere un po’ di tempo magari ci provo, ma non sono molto bravo… :-)
La cosa importante però è, davvero, non mollare, non lasciar cadere nel vuoto le buone intenzioni che si hanno. Io tutti i giorni non riesco a non pensare che qualunque cosa sto facendo, in ogni parte del mondo c’è “qualche” (virgolette più che spesse) incolpevole essere che patisce paura, dolore e morte, e prima si riesce, se si riesce, a creare un po’ di giustizia e svegliare la gente, più atrocità si risparmiano. Magari sembra retorica, ma è innegabile che le cose stiano così…
Carissimi Eva e Fabrizio,
vi ringrazio molto per aver ripreso il filo del discorso interrotto tempo fa per vari motivi indipendenti dalla mia (e di altri) volontà.
Questo piccolo sito ogni tanto riserba delle belle sorprese, come questa.
Appena possibile proverò a rispondere alle vostre domande e sollecitazioni in modo da poter procedere con ordine e riavviare il tutto.
Ps: non ci sono capi in questo sito, ma solo persone che pubblicano i loro contributi ed il sottoscritto che lo gestisce.