Le ideologie del dominio e della sottomissione
Aprile 2, 2008 di Cereal Killer
Si propone di seguito un testo non antispecista, ma davvero interessante e di rara sintesi delle questioni dell’ideologia del dominio dell’uomo sulla natura e dell’ideologia della sottomissione alla prima antitetica.
Il testo offre amplissimi spunti di riflessione che meriterebbero grande attenzione.
Si sottolinea un passo di notevole importanza: “Al posto della tradizionale contrapposizione tra una ideologia del dominio e un’ideologia della sottomissione, abbiamo bisogno che si faccia strada una filosofia del rispetto per la natura. Quest’ultima filosofia consiste nell’assunzione di limitazioni volontarie delle nostre capacità di manipolazione e di alterazione“
Buona lettura
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Tratto da Uomo e natura di Paolo Rossi
NUOVA CIVILTA’ DELLE MACCHINE 1987 N. 3-4 - Luglio-Dicembre (19-20)
Premessa
Termini come uomo e natura, con i quali diamo corpo ad alcune fondamentali idee che orientano la nostra vita, non sono denotativi di oggetti facilmente determinabili o rigorosamente definibili. Quei termini si caricano quasi sempre di significati emotivi. Le visioni generali entro le quali quei termini inevitabilmente si collocano sono attraversate da un pathos metafisico, da tonalità religiose, da motivazioni psicologiche inconscie. Proprio questa indeterminatezza nei significati, questa sorta di alone che le accompagna consente agli storici e agli studiosi della società di collegare la storia delle idee con la storia, assai più ambigua e sfuggente, delle mentalità e dei modi di sentire.
Parlare degli atteggiamenti dell’uomo di fronte alla natura implica, per questo, una preliminare rinuncia alla pretesa di una separazione rigida fra il linguaggio impreciso della cultura diffusa e il vocabolario tecnico delle scienze e della filosofia.
Abbiamo la invincibile tendenza a inserire ciò che è nuovo in quadri mentali familiari e codificati. Facciamo anche molta fatica a individuare le novità, a distinguere le molte novità apparenti dalle poche novità reali. I quadri mentali rigidi ci offrono soluzioni facili. Pensando sulla base di dicotomie (magia o scienza, natura o cultura, continuità o discontinuità, uomo o natura) riusciamo a semplificare i problemi. Ma la semplificazione va quasi sempre a scapito della comprensione e ci chiudiamo alle “avventure di idee” e facciamo subentrare l’intolleranza alla disponibilità e giungiamo ad eliminare la varietà delle voci del presente, a cancellare le molteplici e varie tradizioni che costituiscono il nostro passato. Molte idee suscitano ondate emotive, ci fanno trascorrere dall’entusiasmo all’angoscia. E ciò ci rende scarsamente disponibili alle posizioni più fortemente analitiche. E ci sembra irrimediabilmente prosaico e indegno di attenzione ciò che contrasta con tali emozioni.
Ho diviso questa relazione in due parti. Vi parlerò, nella prima, dell’idea (o, se preferite, dell’ideologia) del dominio sulla natura; nella seconda, dell’idea della sottomissione alla natura. Si tratta, in entrambi i casi, di idee molto antiche, che affondano le loro radici nelle origini stesse del pensiero dell’Occidente che sono state studiate anche facendo riferimento al mondo magico dei primitivi, alla magia, all’inconscio. La prima ideologia (quella del dominio) coincide, grosso modo, con ciò che è stato chiamato Prometeismo o Faustismo, ha a che fare con la storia dell’idea di progresso. La seconda ideologia (quella della sottomissione) ha a che fare con una famiglia di atteggiamenti e di dottrine alle quali si fa riferimento con il termine Primitivismo ed ha stretti rapporti con l’idea di una decadenza e di una corruzione, con l’idea che sia necessario il ritorno ad una perduta innocenza.
Tenterò di chiarire le caratteristiche essenziali di questi due atteggiamenti, di dire qualcosa sulle loro origini e sulla loro fortuna. Sosterrà la tesi della loro parzialità e della loro insufficienza. Cercherò di mostrare, nelle conclusioni, la necessità di un atteggiamento diverso.
L’ideologia del dominio
In molti commentari medievali troviamo espressa la tesi che i santi che addomesticano le belve più feroci riaffermano quella sovranità dell’uomo sull’universo che è stata incrinata dal peccato originale. A tutti è nota la tesi, largamente diffusa nel pensiero europeo dall’età dell’Umanesimo fino a Francesco Bacone, per la quale l’uomo, che è Signore della Terra, così come Dio è il Signore dell’Universo, potrà porsi come veramente simile a Dio, come un’immagine di Dio sulla Terra, attraverso il lavoro, la trasformazione e il dominio della natura.
In quei secoli, come è stato detto più volte, l’idea del dominio, del “Signore del mondo”, del creatore viene trasferita da un contesto religioso ad un contesto che la associa con la scienza. In questo processo di secolarizzazione si mantiene viva e acquista rilievo anche l’idea di un Paradiso nuovamente realizzabile sulla Terra. Una volta conquistato il dominio sulla natura, la specie potrebbe soddisfare tutti i suoi bisogni, sarebbe libera da conflitti, tensioni, insoddisfazioni.
E’ indubbio che agli inizi dell’età moderna, l’impresa umana volta a controllare la natura si configurò con le caratteristiche del dominio e l’idea del dominio venne attinta alla tradizione magico-alchimistica. L’uso di espressioni come “padrone e quasi possessore della natura” (che è di Cartesio), “dare la caccia”, “soggiogare”, “vincere, scuotere e sottomettere la natura” (che sono di Francesco Bacone); l’idea che il conoscere sia un fare e un costruire (come pensavano Hobbes e Gassendi) lasciano trasparire una sorta di aggressività (a volte non priva di connotazioni sessuali) verso la Natura “femmina”.
L’ambiguità del tema del dominio è stata sottolinea già innumerevoli volte. La ripresa del mito di Faust (da Marlowe fino a Goethe) si svolge negli stessi secoli in cui rinasce (da Bovillus fino a Shelley) il mito di Prometeo eroico. Per aver rapito il fuoco agli dei, Prometeo viene condannato per l’eternità. In vista del dominio, Faust vende la sua anima al diavolo. Scienza, tecnica, dominio sulle cose non suscitano solo entusiasmi. Generano, fino dal mondo antico e fino al nostro tempo, oscuri sentimenti di colpa. Fanno riemergere l’antico tema della tentazione esercitata dal Serpente, di un patto con il Demonio che sarebbe alla fonte del nostro sapere e del nostro potere.
A proposito dell’idea di progresso, la prima cosa da chiarire è che ciò che si è soliti chiamare fede nel progresso non è un prodotto della Rivoluzione Scientifica, ma della cultura tardo illuministica, romantica e positivistica. Quella fede, nelle forme in cui la conosciamo ancora oggi, è un’ideologia recente. La cultura del tardo Settecento e dell’età del positivismo
1) tende a concepire il progresso come una legge della storia (in Condorcet, Turgot, Saint-Simon, Comte);
2) tende a identificare la crescita della scienza con il progresso morale e politico e a far dipendere quest’ultimo da quella crescita;
3) tende infine a vedere nella “lotta” la capacità di provocare illimitati miglioramenti e tende a interpretarla come elemento costitutivo del progresso (Spencer, darwinismo sociale). Questa idea di progresso non pone limiti alle speranze dell’uomo, identifica il progresso con un processo necessario, concepisce gli ostacoli come provvisori e superabili, vede nella scienza e nella tecnica solo dei docili strumenti.
Quest’idea è ottocentesca, appartiene irrimediabilmente al passato, è espressione di un mondo che non è più il nostro. In quel mondo - a esso apparteneva cronologicamente e anche culturalmente Carlo Marx - il successo appariva fondato sulle illimitate capacità creative dell’uomo; l’idea della lotta e della conquista si associava al culto per l’homo faber, capace di addomesticare la natura e di civilizzare i popoli barbari; il senso dell’avventura nel grande gioco della società e nella grande competizione fra uomo e natura si accompagnava alla fede nella perennità e nella continuità del regnum hominis. La realtà appariva tutta e sempre controllabile attraverso una serie di scelte responsabili, illuminate e costruttive. La natura si configurava come un’entità integralmente dominabile e sfruttabile all’infinito. In innumerevoli scienziati e filosofi e intellettuali era presente la convinzione di vivere (in quanto eredi dell’Umanesimo e della Nuova Scienza) al centro della storia del mondo, di incarnare i valori universali presenti nella storia, di essere portatori di modelli di vita universalmente imitabili.
La crisi dell’idea di progresso, la identificazione di quell’idea con un mito ottocentesco, nacquero in un clima di angoscia profonda, di ansia e di pessimismo sul destino dell’Occidente. Quella crisi, come è noto, è legata alle prospettive della cultura europea del secondo e del terzo decennio del Novecento, al senso dell’”inutile massacro” della prima guerra mondiale, alla grande crisi degli anni ‘30. La guerra e la crisi hanno distrutto il mondo della sicurezza; la Scienza, il Progresso, l’Europa non appaiono più al centro della storia umana; la storia appare priva di tendenze, di prospettive, di direzioni; la realtà si configura come un’impari lotta fra l’individuo e le forze cieche e incontrollabili che operano nella storia; la società appare una macchina devastatrice della natura autentica dell’uomo. Nel Tramonto dell’occidente (1918), le civiltà che si susseguono nel tempo appaiono a Spengler come organismi autonomi e fra loro incommensurabili che nascono e muoiono, come i fiori, secondo il disegno del destino. La civiltà occidentale è al tramonto, sta compiendo il suo ciclo e si avvia al disfacimento.
Non è certo possibile cercare di determinare qui in che modo e per quali vie all’immagine ottocentesca del progresso si siano sostituiti - nel corso di una grande crisi nella quale continuiamo a vivere - le visioni apocalittiche di una natura non controllabile, le affermazioni sulla inevitabile fine della civiltà, i discorsi sulla superiorità dell’elemento ludico rispetto a quello costruttivo, gli appelli alla natura come riconquista di un perduto tempo interiore. Quello che è certo è che dal provvidenzialismo della seconda metà dell’Ottocento si è trapassati allo sgomento di fronte a un mondo non controllabile. I temi presenti nella cultura europea al termine della prima guerra mondiale ritornano quasi ossessivamente nella cultura del Novecento: la servitù dell’uomo, la dissacrazione della persona, la responsabilità delle macchine, la violazione empia della Natura. Il rifiuto della mitologia del progresso diventa rifiuto della modernità. Ciò che è moderno non sembra più coincidere con ciò che è umano. Tutta la modernità si configura come il mondo dell’alienazione e di una nuova barbarie. Alla metà degli Anni Trenta, H. D. Lawrence aveva scritto: “Non mi importerebbe niente che i bolscevichi facessero saltare in aria una metà del mondo e i capitalisti l’altra metà per far loro dispetto purché lasciassero a noi due un cunicolo da conigli a testa, dove potessimo scivolare e incontrarci sottoterra, come i conigli”.
L’ideologia della sottomissione
Il puro e semplice rovesciamento del fiducioso ottimismo in una visione apocalittica della storia non è affatto, di per sé, un fatto positivo. Per rimanere nell’ambito del nostro tema: l’idea che la natura sia sfruttabile all’infinito e che sia lecito un dominio incontrollato dell’uomo su di essa dà luogo, quando si rovescia nel suo contrario, alla convinzione che la natura sia per essenza buona e che l’uomo sia un rapinatore di ricchezze, un malvagio violentatore della natura indifesa.
Alla violenza esercitata dall’uomo viene spesso contrapposta l’immagine di una natura armoniosa come sistema capace di autoequilibrio e autoregolazione. Mi è accaduto di leggere su un giornale “progressista” che la natura, prima dell’avvento della medicina moderna, fu in grado di mantenere “un equilibrio millenario nella popolazione terrestre”. Come fu giustamente ricordato all’autore di questa affermazione, il mantenimento di quell’equilibrio implicava una durata media della vita che oscillava (nella Parigi della metà del Settecento), intorno ai venticinque anni e implicava anche la distruzione (attraverso periodiche epidemie) di qualcosa come un quarto dell’intera popolazione dell’Europa. Nell’autoequilibrio della natura (che si realizza attraverso la riproduzione, l’interazione con l’ambiente, l’adattamento, l’evoluzione) la cosiddetta selezione naturale occupa un posto molto importante. In natura è continuamente all’opera una sorta di setaccio che elimina le casuali mutazioni pregiudizievoli al mantenimento della specie.
Quell’autoequilibrio implica, in primo luogo, l’eliminazione degli individui meno adatti a sopravvivere in un determinato ambiente nonché l’eliminazione e l’estinzione di molte specie viventi. Le variazioni che sono frutto del caso (ha scritto Francois Jacob ne La logica del vivente) “vengono orientate nella direzione che loro impone il vaglio spietato della selezione naturale”. Quest’ultima “rappresenta un fattore di regolazione che conserva l’armonia del sistema”. Come sapeva Darwin, la natura appare una madre assai generosa nel distribuire la vita, ma assai avara nel fornire agli esseri viventi i mezzi per mantenerla.
La specie umana non lascia che la selezione naturale agisca in ogni caso come un setaccio e non accetta sempre quel “vaglio spietato” di cui parlava Jacob. Cerca di porre dei limiti alla spontaneità della selezione naturale e pone a essa una serie di ostacoli: per esempio, le vaccinazioni, la camera di rianimazione, gli antibiotici, il cortisone, la medicina preventiva. Gli uomini si uccidono frequentemente fra loro (e hanno in questo un primato fra le specie animali), ma si ostinano anche spesso a salvare gli individui deboli o che non si adattano spontaneamente all’ambiente. Ciò avviene, in molti casi, attraverso la creazione di un ambiente artificiale che sostituisce l’ambiente naturale: per esempio, un’incubatrice per neonati.
Gli uomini vivono in ambienti artificiali, imbevuti di tecnica, talvolta avvelenati dai prodotti della tecnologia. Ma è proprio la sostituzione dell’artificiale al naturale che consente una parziale violazione delle leggi della natura. Si garantisce in questo modo la sopravvivenza della specie umana? Oppure, come già Darwin si chiedeva, questi ostacoli posti alla natura si risolveranno in fattori di degenerazione per la specie umana? Non esiste certo la garanzia di una risposta negativa a questa domanda. Ma la domanda vera è piuttosto un’altra: una volta che ci si è incamminati sulla via del controllo della natura, del rifiuto della sua “spontaneità”, è concepibile un ritorno a quella spontaneità?
Il sistema fondato sulla coppia predatore-preda è un sistema perfettamente autoequilibrato. L’uomo ha scelto di uscire (o cerca di uscire) da questo tipo di equilibrio e ha inventato un tipo di “trasmissione di eredità” che non avviene per via genetica. La cultura è fondata sull’apprendimento e sulla trasmissione, da una generazione all’altra, di caratteri acquisiti. Come ha scritto Peter B. Medawar, l’evoluzione culturale differisce da quella genetica per tre fondamentali caratteristiche: non è mediata da agenti genetici; è reversibile, nel senso che tutto ciò che è stato guadagnato può andare perduto; è di tipo non darwiniano, ma lamarckiano, nel senso che le abilità o capacità o conoscenze acquisite nel corso della sua vita da un padre possono essere trasmesse a un figlio. Ma abilità e capacità e conoscenze, com’è noto, possono essere trasmesse anche a individui appartenenti alla stessa generazione e non è necessario aspettare una generazione nuova perché la trasmissione possa avvenire. L’evoluzione biologica è lentissima, quella culturale può essere rapidissima ed è stata paragonata a un’infezione o a un’epidemia che si trasmette, più o meno velocemente, da un individuo all’altro.
La via rappresentata dalla cultura, dalla scelta dell’artificialità è, per definizione, rischiosa. C’è chi ha parlato di una evoluzione esosomatica, che avviene cioè al di fuori del corpo dell’uomo: anche gli animali si costruiscono nidi e tane, ma senza introdurre miglioramenti rilevanti nelle loro costruzioni; l’uomo costruisce telescopi, microscopi, turbine, calcolatori, camere di rianimazione, centrali nucleari, missili intercontinentali e in tali costruzioni avvengono miglioramenti rilevanti. Questa evoluzione non è non può essere, come quella naturale, autocontrollata: qui il controllo non può essere che umano.
Nella cultura del nostro tempo riemerge con forza il tema della condanna dell’impresa umana di controllo della natura come impresa empia. Attraverso quella condanna si apre spazio all’esaltazione del primitivo, all’idea di una natura in sé benefica, all’idea di una civiltà malefica in quanto antinatura, all’idea che il remoto passato della storia sia stato popolato dai selvaggi innocenti di Rousseau, invece che dai bestioni “tutto stupore e ferocia” di Vico. Si esprime da più parti una sorta di nostalgia per l’ipotetica vita felice di uomini che nella realtà vivono molto duramente, soffrono molto, muoiono molto giovani e vedono morire molti dei loro figli.
Alle origini della storia umana, come scriveva Hobbes, “domina un continuo timore e il pericolo di una morte violenta e la vita dell’uomo è solitaria, povera, lurida, brutale e corta”. I miti del primitivismo non tengono conto delle sofferenze che costa la lotta per la sopravvivenza in una natura ostile, non tengono conto che anche in comunità di tipo agricolo, che si sono volontariamente isolate dalla civiltà in nome di un rifiuto della medesima, possono avvenire, come di recente é avvenuto, spaventose tragedie e manifestarsi forme terribili di autodistruzione.
L’idea che l’uomo possa reimmergersi nella Natura, come regredendo nel grembo di una madre benefica, possa rinunciare al controllo dell’ambiente, recuperando una perduta innocenza, è un’antica e ben radicata illusione. Ma l’idea che l’uomo, spinto dai suoi rimorsi, possa cancellare sé stesso dalla natura è anche un’idea assurda e pericolosa. L’esistenza di un rapporto antagonistico con la natura non è una malvagia invenzione umana, ma la condizione dell’esistenza stessa di ogni specie vivente. Ogni individuo fa il suo ingresso nella natura come un essere debole e indifeso e questo vale per l’uomo (che, come tutti sanno, ha un’infanzia assai più lunga di quella degli altri animali) più che per qualunque altra specie animale.
Il fatto che scienza e tecnologia abbiano reso possibile cose che sembravano incubi, non implica affatto che l’impresa del controllo umano sulla natura sia interpretabile come un patto con il demonio.
L’idea del rispetto per la natura
La scelta non revocabile dell’artificialità e della cultura che è stata compiuta dalla specie umana si presenta con alcune caratteristiche che tenterà di trasformare in un breve elenco, anche se so bene che si tratta di un’impresa quasi disperata.
In primo luogo quella scelta è, per definizione, rischiosa. In secondo luogo essa ha dato luogo a un tipo di crescita che (a differenza dell’evoluzione biologica) non è autoregolata e richiede la presenza di un controllo umano. E si possono aggiungere, relativamente a quest’ultimo punto, altre quattro considerazioni: 1) che questo controllo è molto difficile da esercitare (tanto da darci a volte la disperante sensazione della sua inattuabilità); 2) che ogni forma di controllo presuppone un accordo su chi (e in quali forme) esercita il controllo; 3) che la complessità delle forme dell’esercizio del controllo cresce insieme alla crescita della tecnologia; 4) che, data la insufficienza delle nostre conoscenze sui legami fra tecnologia e società, abbiamo bisogno di sviluppare (come afferma D. Colligridge) una “teoria delle decisioni in condizioni di ignoranza”, che non si limiti a studiare perché le decisioni sono state prese, ma esamini come dovrebbero essere prese per essere flessibili, correggibili, revocabili.
Io sono sostanzialmente d’accordo con una tesi sostenuta da William Leiss. Anche su questo terreno abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo e dobbiamo, in nome di questa esigenza, abbandonare le due tradizionali filosofie che hanno fatto da sfondo l’una all’entusiasmo irresponsabile degli scientisti, l’altra al millenarismo sprovveduto dei primitivisti. Al posto della tradizionale contrapposizione tra una ideologia del dominio e un’ideologia della sottomissione, abbiamo bisogno che si faccia strada una filosofia del rispetto per la natura. Quest’ultima filosofia consiste nell’assunzione di limitazioni volontarie delle nostre capacità di manipolazione e di alterazione. A causa delle conquiste della scienza e della tecnica, per la prima volta da quando abbiamo iniziato ad abitare la Terra, siamo divenuti responsabili del destino della Terra e degli esseri che la abitano.
L’idea del rispetto si differenzia dall’ideologia del dominio, perché implica la piena consapevolezza di questa responsabilità e perché assume, su questa base, il progetto di una consapevole autolimitazione. Si differenzia dall’ideologia della sottomissione perché è fondata sulla utilizzazione della scienza moderna e non sul suo rifiuto.
Una filosofia del rispetto per la natura può nascere solo sulle ceneri dell’idea dell’incontrollato e selvaggio dominio sulla natura e sulle ceneri di una cieca e utopistica sottomissione dell’uomo alla natura. La prima rischia di cancellare la natura (e con essa, ovviamente, anche l’uomo). La seconda è fondata su un rifiuto della presenza dell’uomo, su una sorta di senso di colpa per questa presenza e rischia di renderci impotenti. Entrambe queste filosofie tendono a distruggere, di là da tutte le loro buone intenzioni, la nostra possibilità di abitare la Terra. L’ideologia dell’incontrollato dominio può trasformare l’uomo in un sovrano, assiso su un mucchio di macerie in attesa di una tragica soluzione finale. La seconda può togliere all’uomo ciò che lo fa umano: la sua “emersione” dal mondo animale attraverso la costruzione di arnesi, del linguaggio, di complicate forme artificiali di vita associata.
Questa nuova filosofia deve compiere due rinunce. Deve far sì che l’uomo riesca ad abbandonare, insieme e contemporaneamente, il sadismo dello sfruttatore e il masochismo del rinunciatario.
Non si tratta di una facile impresa. Tali rinunce non implicano solo la revisione o l’abbandono di antiche e radicate ideologie e tradizioni di pensiero; esse comportano gravi disagi, suscitano resistenze notevoli, inducono alla messa in opera di potenti meccanismi di difesa. In primo luogo, perché, come sanno molto bene tutti gli studiosi della psiche, sadismo e masochismo costituiscono un intreccio non facilmente districabile. In secondo luogo, perché le due posizioni del dominio e della sottomissione rinviano continuamente e alternativamente l’una all’altra, sono l’una come lo specchio dell’altra e danno luogo a una sorta di moto pendolare delle idee, ad un alternarsi di ottimismo e di angoscia, di speranze e di paura. In terzo luogo, perché è facile che nella contrapposizione violenta fra le posizioni tradizionali trovino ascolto più le grida incomposte che i pacati ragionamenti, più le reciproche accuse di malafede che le analisi corrette. In quarto luogo, infine, perché questo tipo di contrapposizioni spinge molti a saltare, con poche e confuse idee, sul carro del vincitore del momento.
Non credo sia il caso di farsi illusioni. Credo che una larga parte della nozione comune o corrente di natura sia ancora oggi, come era alle origini, il risultato di proiezioni antropomorfe, sia intessuta di miti, sia legata a istinti e impulsi non razionali. La natura continuerà di volta in volta ad apparirci come una benefica forza creatrice, come un’invenzione continua di forme e, insieme, come una forza capace di produrre il male, priva di pietà, capace di suscitare i demoni della distruzione. E’ molto probabile che nessuna filosofia possa sradicare dalla nostra mente quella antica e profonda ambivalenza che trovò espressione altissima nel grande poema di Lucrezio, che inizia non per caso con un inno a Venere genitrice e termina con un orrido quadro di desolazione e di morte.
E tuttavia, anche se sappiamo che non tutti gli idola sono sradicabili dalla mente, anche se viviamo in un’epoca insieme ricca di grandi conquiste e di grandi tragedie, dobbiamo continuare a credere che sia nostro compito non far tacere mai la fioca voce dell’intelletto. Come scrisse nel 1927 l’autore del Disagio della civiltà, bisogna che quella voce non taccia finché non avrà trovato ascolto.
Anche dal punto di vista morale l’idea di una filosofia del rispetto per la natura, che nasca dall’abbandono sia dell’idea del dominio sia dell’idea di sottomissione, continua ad apparirmi (anche in mezzo alle grida, un po’ incomposte dei sostenitori delle vecchie dicotomie) un’idea non disprezzabile. Perché ciascuno di noi non amerebbe sentirsi definire né un negriero né uno schiavo, né un profanatore né un immaturo bambino desideroso di protezione.
Adattamento on line a cura di: Felice Palmeri (Centro D.I.E.A.)