Come chiunque si accinga a cominciare un’opera, anche l’antispecista ha bisogno di una serie di attrezzi che lo aiutino a portarla a conclusione nel migliore dei modi.
Con un po’ di fantasia possiamo immaginare quali possano essere gli attrezzi presenti in un’ipotetica cassetta a disposizione dell’antispecismo; essa sarà ricolma di oggetti del tutto teorici, o meglio, degli “oggetti ideali”, ma con capacità di influenzare e cambiare la realtà come e più di qualsiasi oggetto materiale.
Per scaricare il documento in formato .pdf cliccare “la-cassetta-degli-attrezzi-4.pdf“
E’ sottinteso che ogni tipo di contributo è benaccetto.
NB:Il documento è alla sua QUARTA revisione, l’ultima risale al 18 marzo 2008
Caro Adriano, ancora una volta sono qui a farti i complimenti.
Permettimi una piccola nota (assolutamente costruttiva) legata non già al contenuto, che mi trova assolutamente d’accordo in ogni suo punto, quanto alla forma.
La quint’ultima “chiave inglese” che ha come incipit: “Eliminazione graduale di tutte le specie animali non umane create dall’uomo o loro graduale rinaturalizzazione e reintroduzione in ambienti selvatici.” è una frase che, dati i tempi che corrono, potrebbe essere travisata.
(Persone che ragionano per slogan se ne trovano ovunque, ahimé!)
Fermo restando che sottoscrivo quanto hai scritto parola per parola, mi chiedo che impatto possa avere messo così. Quando dico “dati i tempi che corrono”, tu sai molto bene, mio buon amico, a ciò a cui mi riferisco, poichè (e nessuno si senta escluso) la lettura del testo, di qualsiasi testo, ormai avviene in modo talmente veloce che ho il timore (fondato) che siano poche le persone che si soffermino su una delle frasi successive: “Pertanto le specie selezionate tramite selezione genetica (eugenetica) dovranno scomparire gradualmente *impedendone la riproduzione* e prendendosi cura di tutti gli individui per garantire loro una vita serena e dignitosa (…)”
Perdona la mia pignoleria: è che sono così contento di questa tua iniziativa che mi sembrava giusto dare un piccolo contributo.
Cari saluti,
L
Caro Lidio,
Grazie per i complimenti.
Ogni contributo è importante e questa tua nota la ritengo utile.
Passo quindi a precisare che il testo della “cassetta degli attrezzi” è assolutamente in divenire dato che man mano che si avanza con la questione antispecista, si dovranno affrontare i singoli nodi che brevemente e non esaurientemente ho proposto, ve ne sono sicuramente degli altri, e spero che i lettori/ le lettrici vorranno proporli.
Passando a quanto tu rilevi, io credo che se chi legge è in malafede può tranquillamente estrapolare una frase di una riga da un contesto di trecento pagine e strumentalizzarlo, pertanto non credo che sarebbe opportuno ampliare il tema per fugare eventuali dubbi di chi continuerebbe ad averli anche dopo lunghi chiarimenti, credo invece che il tema debba essere affrontato per cercare di capire le implicazioni pratiche che una visione del genere potrebbe avere in un futuro prossimo.
Gli Animali da noi creati sono moltissimi, la maggior parte non riuscirebbero a sopravvivere da soli in natura, ecco quindi che in un futuro antispecista ci dovrebbero essere dei centri (proprio come Valle Vegan ad esempio) pronti ad accoglierli per far trascorrere loro una vita serena senza permetterne la riproduzione. Gli altri Animali, capaci di ritornare in natura, dovrebbero essere gradualmente liberati nel loro ambiente originario. In ogni caso il loro numero dovrebbe diminuire enormemente. So che questa scelta significherebbe molti cuori spezzati sul versante umano, ma la ritengo una scelta inevitabile. Non si tratta, badi bene, di una visione eugenetica, al contrario, è da inserire in un progetto che oserei definire “riparatorio”. Serviranno molte generazioni di Umani aspecisti per riparare ai danni fatti…
Mi riservo di affrontare in futuro l’argomento più approfonditamente.
A presto
Adriano
Mi trovi perfettamente d’accordo. Il mio voleva essere un contributo nato dalla preoccupazione di una maggiore chiarezza. Però non avevo preso in considerazione una fondamentale verità, che ora, alla luce di quanto tu mi rispondi, condivido pienamente: chi è in malafede ci resta. E ci resterebbe anche se il testo impedisse interpretazioni.
Ciò detto, sottoscrivo le tue affermazioni circa il probabile e auspicabile futuro antispecista. Permettimi, senza alcuna polemica nei confronti degli “zoofili-ad-ogni-costo”, di sottolineare che è vero che «questa scelta significherebbe molti cuori spezzati sul versante umano», ma è altrettanto vero che – di fronte alla salvezza della Terra – questo “risvolto” (diciamo così), è ben poco importante.
Una specie che ha avvelenato l’intero pianeta, causando danni che ormai non sono più rimediabili (abbiamo superato il punto di non ritorno), non ha alcun diritto di continuare a perpetrare delitti. E dunque preoccuparsi per le sofferenze di qualche umano che deve rinunciare alla compagnia di un cosiddetto “animale da affezione”, non è nelle mie corde.
Anzi: francamente me ne infischio.
Come giustamente dici tu: il numero degli animali deve diminuire gradualmente ma inesorabilmente ed è una scelta inevitabile.
Solo che purtroppo siamo ancora in pochi a dirlo.
Gli umani “tanto tanto buoni” e politically correct, che si autoincensano perchè amano chi li riempie di affetto mentre ignorano la sofferenza di animali “non scodinzolanti” è ancora la stragrande maggioranza.
Solo quando l’amore verso gli animali non sarà più autoreferenziale si potranno cominciare a fare dei passi in avanti nella direzione da te prospettata.
In fondo, se ci pensiamo, anche questa mia affermazione è inscrivibile nel pensiero antispecista.
L
Molto bella e utile la cassetta degli attrezzi, ma nei fatti, come si può fare uno stretto controllo demografico? Dovremmo dichiarare guerra al Vaticano oltre che a gran parte dei paesi islamici viste le loro politiche demografiche!
Però rifiutiamo la violenza come risolutrice di controversie.
Credo che la storia ci insegni purtroppo che cambiamenti così radicali avvengano di rado senza colpo ferire.
Quindi?
Ciao Paolo
Sicuramente la visione cattolica del rapporto tra specie umana e le altre specie è una delle principali fonti di guai, ma non credo che sia l’unica visione distorta, ce ne sono molte altre. Senza entrare nel calderone dei paesi islamici basterebbe pensare alla bomba demografica cinese ed indiana, o anche all’incredibile consumo pro capite di energia dei singoli statunitensi (se vogliamo potremmo considerare l’impronta ecologica di uno statuniteste e scopriremmo che è parecchie volte superiore a quella di un’indiano). Non si tratta quindi di controllare, non sarebbe possibile. ma di cambiare il concetto di perpetuazione della specie umana. Non si ottiene molto imponendo, servirebbe invece una chiara ed unanime politica globale di controllo demografico, per partire basterebbe che gli allarmisti (ci siamo estinguendo siamo sempre più vecchi etc…) tacessero smettendo di fare terrorismo psicologico. Siamo già stracolmi di paure artificiali e fittizie, non ne servono altre.
Anche in questo caso vige la regola: se non lo si vorrà fare lo si dovrà fare. Pena la solita estinzione di massa
Caro Adriano, credo di non avere capito bene.
Se per caso è così, non tenere conto di queste mie osservazioni che seguono.
:-)
Gli allarmisti non possono essere liquidati come persone che seminano terrorismo psicologico.
Ci sono senz’altro figure come quelle che tu descrivi e che indubbiamenta fanno più danni che cose buone, purtuttavia il problema del “punto di non ritorno” non può essere più taciuto. E’ una realtà che non è vissuta con la dovuta attenzione.
Ciò accade a causa delle politiche basate sul consumismo che imperano nella società occidentale – come certamente tu puoi insegnarmi agevolmente.
Sono d’accordo sullo “straripare” di paure artificiali e fittizie, ma non credo che sbattere in faccia alla gente la realtà allarmante dello stato di salute di questo pianeta significhi aggiungerne altre.
Rendere più consapevole l’umanità di quello che ha combinato su Gaia credo sia il compito di chiunque abbia a cuore un cambiamento epocale.
L
Ciao Lidio,
Per allarmisti e terroristi psicologici io intendevo coloro che continuano incredibilmente ad asserire che ci stiamo estinguendo (penso agli italiani) e che stiamo diventando sempre più vecchi, spingendo (Governi compresi) ad una procreazione irresponsabile e selvaggia. La situazione drammatica in cui versa la Terra è ovviamente da far conoscere con ogni mezzo.
Avevo capito male e ne sono contento.
Coloro che gioiscono alla nascita di un bambino, o che sorridono – ad esempio – quando comincia a circolare nei corridoi di un ufficio la notizia che la tal collega è rimasta incinta, mi fanno semplicemente vomitare.
Sono le stesse persone che anzichè recuperare animali randagi o detenuti nei lager, pensano bene di regalare il cucciolino al loro piccolo bimbo tesorino di mamma e papà.
Ovviamente acquistandolo in un pet-shop!
Incuranti della tragedia che inevitabilmente si verificherà quando il “tesorino” di mamma si sarà rotto i coglioni del cucciolo ormai non più tale, che verrà a sua volta abbandonato o portato in un lager.
L’eterna treblinka continua. E i peggiori sostenitori di questo andazzo sono proprio gli “zoofili-ad-ogni-costo”…
Che magari poi si dichiarano pure “ambientalisti”…
Il testo proposto da Adriano mi sembra molto utile, l’ho letto davvero con piacere e condividendolo praticamente in ogni parte. Invece di fare “obiezioni” al pensiero di Adriano (cosa che presupporrebbe in modo un po’ arrogante la sua perfetta conoscenza da parte mia) mi limito a fare delle note al TESTO che ho letto, per chiedere chiarimenti e suggerire possibili migliorie per renderlo più “efficace”. (nb: so benissimo che molta parte del testo non è tuo ma l’hai ripescato da internet, questo però non è un buon motivo per non migliorarlo dove si può! :D)
1) In termini generali, anche se la semplice enumerazione degli attrezzi attrezzi permette una lettura più facile e leggera, devo dire che sento un po’ la mancanza di un filo conduttore che “unifichi” i vari punti. Potrebbe essere utile creare una connessione strutturale e storica tra i vari “attrezzi”? Ad es., tra ecologia profonda e decrescita, il grattacielo di Horkheimer e la gestione democratica, la distruttività dei processi tecnologici e la non violenza. Insomma, forse un passo successivo potrebbe essere quello di mettere in collegamento i vari punti della ottima mappa concettuale che hai abbozzato.
2) Al punto 3 della lista (proporrei anche di numerarli, per rendere più agevole la citzione! :D) propongo, invece di “lotta in favore di diritti civili umani”, “lotta in favore della liberazione umana”, che mi pare un concetto più ampio ed è speculare alla “lotta di liberazione umana” del punto 2.
3) Al punto 10, forse l’espressione “approcci concilianti” non rende abbastanza bene quello che vuoi dire. Cos’è un approccio “conciliante” con le istituzioni? Per un anarchico fare un partito è già una forma di conciliazione con lo stato. Per un comunista, dipende dal partito… etc.etc. Forse occorre qui ricorrere a qualche principio o serie di principi prestabiliti che qualificano un’azione come rigorosamente antispecista o meno (sulla falsa riga dei punti suggeriti da Francione e ricordati da Max, ad es.).
4) Sono un po’ in dubbio sulle cosiddette “soluzioni autarchiche”. Anzitutto ti chiederei di spiegare meglio cosa intendi. Io lo intendo, ma forse sbaglio, come capacità di produrre da sé tutto il necessario all’esistenza. Ma se è così (e forse sbaglio, magari correggimi) fino a che punto e fino a dove vale il concetto di “autarchia”? Ovviamente comprendo l’urgenza e la necessità di una localizzazione della produzione in un mondo che importa stupidamente banane dall’altra parte del mondo…però le società umane hanno sempre scambiato prodotti a distanza, tra l’altro lo “scambio” (privato di ogni connotato speculativo) potrebbe far parte di un’idea di solidarietà e sussidiarietà tra gruppi umani, no? Insomma, al di là dell’autosufficienza (che mi piace comunque più di “autarchia” come parola…) come si stabilisce la distanza “giusta” di uno scambio dalla distanza “eccessiva, distorta, sbagliata”?
5) Sulle note:
- sostituirei “la visione piramidale di Max Horkheimer” con “la visione piramidale DENUNCIATA DA Max Horkheimer”, sennò sembra che H. parli a favore della piramide!! :-)
- sostituirei “all’interno della terminologia degli ecovillaggi” con “all’interno degli ecovillaggi”, mi sembra più chiaro. O ho capito male?
- Quando parli di “metodo del consenso” e dici “richiede un’assunzione di responsabililtà almeno parziale per la decisione assunta”, non capisco cosa voglia dire “almeno parziale”…Potrebbe essere utile fare un esempio?
- Al punto 8 (sulla tecnologia), penso che la definizione sia buona ma specista! :-D Si può anche dire che “la tecnologia è la soluzione ad un bisogno” senza specificare UMANO; non devo ricordare a te che anche gli animali conoscono forme (magari rudimentali) di tecnologia…
- Ho un problema con il concetto di BIOREGIONE. Lo definisci un “insieme omogeneo dal punti di vista morfologico etc.”. Ovviamente tale definizione è esatta, però è parziale…dà l’idea che in natura esistano delle bioregioni, mentre in realtà le bioregioni (come tutta la natura) sono in continuo MUTAMENTO. MAgari lentissimo – ed è la ragione per cui noi umani dalla temporalità limitata non ci rendiamo conto del loro cambiamento – però cambiano! E’ molto importante per connettere la visione antispecista (darwiniana) con il bioregionalismo, ricorrere al concetto (darwiniano) di STORIA NATURALE. La natura muta costantemente, ha una STORIA. Così come le specie sono un flusso e un divenire, lo sono anche le bioregioni. Questo può essere irrilevante per il ciclo vitale degli esseri umani (per i quali le bioregioni sono delle realtà immutaibili) ma è importante per non sottoscrivere involontariamente il concetto (vetusto e religioso) di natura perfetta e immutabile…
- Sulla DECRESCITA. Il secondo presupposto della decrescita così come è formulato non è molto incisivo…Non prova nulla il fatto che “non v’è alcuna prova della possibilità di separae la crescita economica dalla crescita del suo impatto ecologico”! E’ un’affermazione che contrappone al dogma della crescita un semplice dubbio…
- Sulla NON VIOLENZA. E’ una questione che richiede una trattazione a parte che va fatta quanto prima. E’ l’unica parte del testo che secondo me così com’è non va…ma, appunto, per questo rimando ad una trattazione specifica.
Io non vomito se vedo una donna incinta, però concordo che siamo in troppi e che non ce n’è per tutti. Lotta quindi agli assertori dell’estinzione della specie umana che sono poi sicuramente quelli che regalano il cagnolino a Natale per il tesorino. Se poi il tesorino si rompe le palle, la colpa non è sua ma del cretino allarmista e consumista che glielo ha regalato.
Tutto ciò è sintomatico di come gli animali siano considerati dalla massa degli umani: oggetti. Bisogna cambiare questo abominio. Ridare agli animali non umani la dignità che hanno di esseri senzienti e non usarli alla stregua di cose o giochi.
Del resto, come la cronaca recente ci informa, anche alcune categorie di umani sono considerate merce, mi riferisco ai fatti della Tyssen-Krupp. Purtroppo il mondo è diviso in classi, in caste e noi umani vendiamo l’anima per poter salire di censo. Figuriamoci cosa non facciamo con gli animali. Si tratta di un’abitudine alla barbarie di cui l’uomo pare essere particolarmente portato.
Non vorrete farmi credere che Hitler ha fatto tutto da solo?
Ciao Paolo
Per Lidio:
per quanto riguarda gli “zoofili-ad-ogni-costo” sfondi una porta aperta, parlando in generale si può affermare senza tema di smentita che la poca chiarezza, la poca coerenza e la incomprensibile predisposizione al riformismo ad ogni costo, creano in qualsiasi movimento più danni che altro.
Sottofattori nel suo scritto: http://antispecismo.wordpress.com/2008/01/22/uomini-animali-animalisti/
Lo spiega in modo egregio.
Rispondo ai punti enumerati nel commento di Marco:
1) Si hai ragione, spesso manca un nesso tra i vari attrezzi, un filo logico conduttore, ciò è però dovuto al fatto che la cassetta degli attrezzi è in continuo divenire ed ampliamente incompleta, pertanto io attendo di aggiungere man mano altri punti, e soprattutto attendo che anche altri ne suggeriscano. Nel momento in cui il tutto sarà sufficientemente esauriente, si proverà a fare un lavoro di interconnessione tra i vari attrezzi. Come per un ideale marchingegno, si dovranno utilizzare in sequenza dei precisi attrezzi per poterlo costruire. per ora questa sequenza è incompleta, pertanto ho preferito non delinearla. E’ quindi – come giustamente dici – un passo successivo, ma prima serve completare la “dotazione” degli attrezzi nella cassetta.
2) Detto fatto.. la nuova versione del PDF della cassetta prevede la numerazione progressiva degli attrezzi: http://antispecismo.wordpress.com/2008/01/23/la-cassetta-degli-attrezzi/
La questione legata ai diritti civili umani è voluta, nel senso che intendevo dire proprio che è assolutamente necessario fondere la lotta antispecista con quella unicamente orientata verso il riconoscimento dei diritti umani. Parlare di liberazione umana è un’evoluzione che si potrà realizzare grazie all’antispecismo, ma che ora interessa purtroppo solo noi e non chi si occupa solo di diritti dei propri simili.
3) Comprendo che ogni affermazione essendo passibile di interpretazione divenga soggettiva, per approccio intendo un rapporto che può essere conflittuale o conciliante, anche sul conflitto ci sarebbe molto da discutere. Come tu ben dici, ciascuno di noi ha una visione personale su cosa è conciliante e cosa non lo è. Anche in questo caso bisognerà capirsi. Per quanto mi riguarda già l’idea di fondare un partito politico – che come tale giustificherebbe con la sua stessa esistenza il criterio della gestione della società in modo rappresentativo e verticistico – sarebbe un approccio conciliante. Ritengo che adeguarsi ai criteri di gestione del sociale attuali entrando nell’area politica sia un grosso errore. Meglio sarebbe permettersi il “lusso” di rimanerne fuori agendo da movimento libero e non compromesso con i giochi di potere.
4) Credo sia giusto parlare di autarchia se considerata come “capacità di autogovernarsi” che è una cosa diversa rispetto all’autosufficienza che ritengo una visione riduttiva. Intendo quindi l’autarchia esattamente come la intendi tu, solo che non vedo vincoli al libero scambio, al baratto ad esempio. Essere autarchici non significa rinchiudersi in una campana di vetro, significa solamente – secondo la mia personale visione – provvedere alle proprie esigenze direttamente evitando di delegare ad altri ed evitando di utilizzare mezzi e risorse non presenti in loco. L’autarchia di cui sopra si può – credo – verificare solo se inserita in un contesto di sobrietà, di semplificazione dell’esistenza. Se poi c’è la possibilità di scambiare beni con dei vicini in grado di produrne degli altri, perché precludersi questa via? Non credo esista una distanza accettabile, credo che si possa ragionare in base ai costi che l’ambiente e le altre specie devono sostenere per un bene a noi necessario.
5) Horkheimer: osservazione più che giusta, il testo è stato cambiato
Ecovillaggi: ho inserito all’interno del concetto di ecovillaggio, perché intendevo parlare dell’idea dell’ecovillaggio nella quale si inseriscono altre questioni, e non dell’ecovillaggio vero e proprio
Metodo del consenso: premetto – come giustamente dicevi tu – che molto testo non è mio, ma proveniente da altre fonti. Ritengo che la questione del consenso sia complicata e da approfondire. L’assunzione di responsabilità “almeno parziale” è da considerarsi in un’ottica in cui purtroppo a volte dovendo arrivare assolutamente ad una decisione qualcuno si troverà non completamente d’accordo, ecco quindi che è importante che anche queste persone siano almeno in parte d’accordo e non completamente contrarie, altrimenti il criterio del metodo del consenso salterebbe.
Tecnologia: hai ragione, il concetto può essere visto come specista, ma non bisogna mai dimenticare che la tecnologia che ha creato disastri immani sul pianeta è quella umana e non quella dei Castori, pertanto parlare della tecnologia impiegata dall’essere umano per il soddisfacimento dei propri bisogni credo sia appropriato, anche se in odor di specismo. Le altre specie animali posseggono una tecnologia già appropriata per l’ambiente, nessuna di esse infatti ha la possibilità – né la voglia credo – di poter distruggere la Terra semplicemente pigiando un bottone.
Bioregione: assolutamente d’accordo con te. Ma la definizione di bioregione è solo indicativa e non parla di confini fissi ed immutabili, se per stabilire una bioregione si fa riferimento ad una catena montuosa o al corso di un fiume, quando esso cambierà, varierà anche la bioregione, ovviamente.
Decrescita: posso essere d’accordo con te, ma la questione è che questi punti li hanno fissati i decrescenti e non noi, mi sono solo limitato ad esporli a titolo informativo, se si vorrà affrontare l’argomento per vedere di “adeguarlo” alle nostre sensibilità antispeciste, allora anche questi punto saranno destinati a cambiare
Non-violenza: è un argomento immenso… E’ nel contempo un punto di forza e di debolezza, lo si dovrà affrontare con moto impegno. Certo è che se alla violenza della società del dominio si risponde con le stesse sue armi, non si farà altro che – in caso di vittoria – sostituire un dominio ad un altro.
Cito quanto scritto da Paolo “Si tratta di un’abitudine alla barbarie di cui l’uomo pare essere particolarmente portato”
Trovo molto giusta questa frase, e credo – come già detto – che la predisposizione alla crudeltà ed al dominio sia una nostra prerogativa di specie, il tutto però è controbilanciato da numerosi aspetti positivi. L’ago della bilancia, che fa pendere per una visione della vita, piusttosto che per l’altra, è ovviamente l’ambito sociale e culturale in cui l’individuo è calato, e dalla sua propensione ad abbandonare il proprio senso critico. Almeno credo sia così…
1) Forse la fase di “completamento” della lista e quella di “interconnessione tematica” potrebbero essere contemporanee e non sfasate…potrebbero essere insomma un progetto di lavoro collettivo da svolgersi a seconda delle competenze, degli interessi e delle inclinazioni (fermo restando l’adesione di tutti i partecipanti alla lista nel suo complesso). Ad esempio, sostengo anch’io l’aggiunta del tema “primitivismo”. La cosa fondamentale è che poi si riesca a partire da ciascuno dei singoli attrezzi a darne una lettura “antispecista”…Quindi avremmo non la “decrescita” ma la “decrescita antispecista” (era un tema su cui mi pare stavi lavorando con Schillaci no?), non la “visione orizzontale” ma la “visione orizzontale antispecista”, non il “primitivismo” ma il “primitivismo antispecista”, non la “non violenza” ma la “non violenza antispecista” e via di seguito…il tutto avrebbe però l’ottica non di rendere più “parziale” i vari strumenti ma, al contrario, di generalizzarli e renderli più universali tanto da includere la lotta allo sfruttamento delle specie animali. Ovviamente senza voler fare un’enciclopedia o pretendere all’esaustività, ma sempre con l’ottica di uno strumento di lavoro e di divulgazione.
2) non so se ho capito. Vuoi dire che hai scritto “diritti umani” per motivi stragetigi perché agli animalisti di oggi è più facile capire che se uno lotta per i “diritti animali” lotta per forza pure per i “diritti umani” (mentre se scriviamo liberazione umana non lo capiscono)?
3) Per questo continuo a non essere soddisfatto da questo punto. Rilancio la proposta per sostituire “non conciliante” con qualcosa di più preciso: per non lasciare adito a interpretazioni soggettive (o almeno ridurne la portata) forse occorrerebbe determinare dei criteri generali per cui è possibile definire una azione rigorosamente antispecista da una che non lo è. Una via alternativa – e che forse corrisponde di più allo spirito del punto come lo hai definito tu – potrebbe essere di chiarire quali sono i tipi di azioni concilianti…e qui la cosa è più facile perché abbiamo di fronte a noi il fallimento e i compromessi delle grandi (e piccole) associazioni protezioniste (e potremmo in parte prendere spunto dall’analisi che ci ha proposto Aldo).
4) Hai ragione. La parola “autarchia” ha in sé anche il concetto di auto-governo e quindi è qualcosa di più della semplice autosufficienza economica…Però mi sembra comunque che anche dalle cose che hai scritto ora vi si sovrappongano tre concetti che sono originariamente distinti: l’autorganizzazione politica, l’autosufficienza economica, la semplificazione dello stile di vita. Forse questo è un punto in cui hai già cominciato a fare una sintesi tra attrezzi diversi? Occorrerebbe capire se l’espressione “autarchia” rende bene a tutti i livelli questa costellazione di idee…forse sì. A me mi sta antipatica forse perché mi ricorda le politiche mussoliniane! :)
5) Hai già cambiato il testo su Horkheimer? Non mi pare…
Metodo del consenso: sì mi è chiaro ciò che intendi, ma non riesco a capire come si possa assumersi “parzialmente” la responsabilità di una decisione che non si condivide in toto. Per questo ti chiedevo un esempio perché immagino che anche altri che leggano possano rimanere perplessi da quel punto. A me viene in mente – non so se è questo che intendi – che di fronte ad una decisione da prendere di cui non si condivide tutto, si “spezzetta” la decisione in punti e chi non è d’accordo su tutto dirà almeno su cosa e d’accordo e fino a dove si impegnerà nella realizzazione…Ma mi sembra un’ipotesi un po’ strana e fantastica di cui non riesco a trovare un esempio concreto…
Tecnologia: Infatti per me il concetto di tecnologia è “neutro” (include anche le tecnologie animali) e bisognerebbe ricordarlo per non incoraggiare un atteggiamento oscurantista e anti-scientifico fin troppo diffuso. Il problema non è la tecnologia in sé che è un’espressione della razionalità (di cui tutte le specie sono a modo loro portatrici) ma il modo in cui viene usata e il contesto in cui la si usa. Quindi se si tratta solo di “definire” in generale la tecnologia direi che è bene usare un’ottica ampia e non specista e poi a parte si potrà dire perché e come la tecnologia UMANA è oggi distruttiva e va riformata (specificando magari con esempi anche quali sue realizzazioni dovrebbero essere del tutto abolite).
Bioregione: beh allora se lo lasci così aggiungiamo come strumento dell’antispecista il darwinismo e la storia naturale! :)
Non-violenza: che ne dici di aprire un topic su questo? Hai un testo in particolare su cui si potrebbe discutere utilmente?
Ciao a tutti!
Il lavoro che state facendo è veramente importante è sta riuscendo veramente bene, per questo vi ringrazio, così noi ci potremo occupare solo della fase della diffusione ;-)
Scherzo!
Cmq scrivo solo perchè ho alcuni appunti, che non ho capito se possono essere utili oppure no, purtroppo ho pochissimo tempo, vorrei solo rendermi utile ecco!
tra l’altro noto con piacere che ogni punto della cassetta degli attrezzi è di grande spunto per riflessioni sulla dura realtà in vera antitesi con i nostri ideali :-(…
Cmq venendo alle osservazioni:
E’ citata l’ideologia del dominio ad inizio manifesto.
Poichè credo che il manifesto sia un punto di riferimento sia per noi che in esso ci ritroveremo, ma anche per coloro che con noi cercheranno dialogo, o addirittura scontro, credo che al dominio bisognerebbe dare più rilievo.
Cerco di spiegarmi:
L’ideologia del dominio secondo me è il coerente effetto di una idea gerarchica illusoria (lo specismo), che comporta una visione del sé (in quanto specie), alienata. A sua volta però è causa (o meglio, linfa vitale) di ogni forma di educazione alla violenza possibile.
Forse quindi dare a questo termine (dominio) un ruolo maggiore, fornisce un modo più veloce e semplice per mettere in relazione l’uomo con uno qualsiasi dei possibili interessi umani.
Dico questo perchè per tutti noi è molto difficile spiegare l’antispecismo (quasi a tutti quelli che conosco, per quanto abbiano dedicato del gran tempo, ogni volta tocca ricostruire quasi tutto daccapo per riuscire a spiegarsi bene) e per chi lo approccia è molto difficile coglierlo al volo. In un certo senso, dominio è il termine ponte tra specismo ed i suoi palesi effetti negativi che al di là della personale sensibilità o interesse, ogni essere umano è in grado di riconoscere.
Non so se sono riuscita a spiegarmi…nel caso posso cercare di fare di meglio …
Nel frattempo ovviamente mi sono dimenticata le altre note, ma prima che mi dimentichi pure questa, meglio se posto.
Grazie ancora!
Ciao
Eva – Telin
Ciao Adriano, ho letto ripetutamente “la cassetta degli attrezzi” e mi trovi concorde in ogni punto (forse l’ordine di apparizione di alcuni punti tipo il punto 10 rispetto ad altri…ma da anarchico son di parte). Marco (saluto anche lui) scrive in precedenza:
-Insomma, al di là dell’autosufficienza (che mi piace comunque più di “autarchia” come parola…) come si stabilisce la distanza “giusta” di uno scambio dalla distanza “eccessiva, distorta, sbagliata”?-
Il limite potrebbe essere semplice da individuare. Occorrerebbe rilevare che impatto ha il trasporto sull’ambiente, ed in caso di bilancio negativo per quest’ultimo evitarlo. in quel senso l’autarchia è valida cosa anche se legata a tristi personaggi del passato. Tutto ciò è naturalmente ben al di là da venire, siamo ancora noi stessi molto lontani dal poter valutare per ogni cosa che facciamo il reale impatto. Di primo acchitto potremmo dire che una videoconferenza ha meno impatto di un incontro de visu per il quale molte persone (es. convegni) devono spostarsi, questo perchè non riusciamo a valutare tutte le conseguenze delle nostre azioni. Spostarsi vuol dire non solo inquinare bruciando carburante ma produrre plastica e rifiuti con le auto, necessitare di energia elettrica per i treni, fabbriche e tutto il resto. Ma molte di queste controindicazioni sono presenti anche per metterci nelle condizioni di effettuare una semplice videochiamata. Non è solo premere un pulsante.
Servirebbe un vero studio catalogativo dell’impatto delle azioni umane sull’ambiente (magari possiamo saltare a piè pari la produzione di carni che già sappiamo essere la prima cosa a dover scomparire, pena la nostra estinzione) ma se dobbiamo capire quali sono le tecnologie che possiamo “tenere” per buone ritengo sia un punto necessario. Anche perchè parlando di decrescita non intendiamo tornare a crescita zero, perlomeno non in tempi rapidi direi.
Un caro saluto, Enzo
p.s.:
in merito all’ipotesi Gaia di Lovelock io ho un corollario simpatico autoprodotto; Se Gaia è considerabile come un unico essere vivente, una macrocellula…non è che noi umani siamo semplicemente un tumore?
Cara Eva,
Grazie per i complimenti.
La speranza è invece che prendiate parte attivamente (come stai facendo tu e come fa Enzo) all’elaborazione degli attrezzi della cassetta e del concetto di antispecismo, in modo da avere una visione il più possibile allargata e omnicomprensiva.
Molto interessante la tua proposta sull’ideologia del dominio.
In effetti nella cassetta degli attrezzi è solo accennata, mentre dovrebbe avere uno spazio rilevante. Ti propongo di fornire una definizione dettagliata dell’ideologia del dominio in modo da poterla inserire magari nell’attrezzo 2: L’universalità della lotta di liberazione animale in base a principi quali: l’uguaglianza, la libertà, la giustizia, la solidarietà ed il rispetto dell’alterità.
Cosa ne pensi? Saresti disponibile?
Caro Enzo,
Le tue considerazioni, e quelle di Marco, sono interessanti perché sollevano un problema relativamente al “limite” che la futura società umana libera dovrebbe porsi, in effetti non è affatto facile stabilire cosa è eccessivo, cos’è giusto o sbagliato. Come dici tu servirebbe un preciso lavoro atto ad individuare i pro ed i contro di una singola azione per poter prendere poi la giusta decisione.
Del resto è tutto relativo. Si potrebbe dire ad esempio che non è solo la distanza geografica ad essere una discriminante, ma anche il mezzo di spostamento: in teoria si potrebbe ridiscendere un fiume in barca e compiere un viaggio anche lungo senza avere un grande impatto sull’ecosostema, per contro si potrebbe compiere un viaggio breve in SUV su un’autostrada ed essere responsabili di un impatto sugli Animali e sull’ambiente rilevante.
Il suggerimento dell’uso di “attrezzi” come la tecnologia appropriata, la decrescita e il bioregionalismo, potrebbero essere molto utili se collegati sinergicamente tra loro.
In verità però forse è ancora troppo presto per poter ponderare i futuri sviluppi.
Ipotesi Gaia: anche in questo caso è tutto relativo (il tumore è benigno o maligno? —> cancro)
Caro Marco,
Mi scuso per il ritardo con cui ti rispondo.
Passo ai tuoi punti:
1) Certamente, potrebbero essere una fase unica, però rimane in piedi il problema dell’indivisuazione preventiva di una serie esauriente di “attrezzi” da analizzare, è per tale motivo che il documento li presenta in un elenco con una breve spiegazione. Il tutto chiaramente è in costruzione e si attendono ulteriori contributi, una volta arrivati ad un numero importante di attrezzi si potrebbe cominciare il lavoro di “interconnesione tematica” (ottimo termine).
Il primitivismo come richiesto è stato inserito:
24 – L’adozione di alcuni criteri derivanti dalla filosofia del primitivismo (15) inteso come “modello culturale” in cui prevalgono la mutua collaborazione e l’egualitarismo.
ndr: la visione primitivista come utile strumento per l’elaborazione di modelli sociali futuri a cui ispirarsi non per un ritorno al passato, ma per un’organizzazione futura più integrata con la natura
Vedere anche la nota 15
Giustamente tu consideri una lettura antispecista del primitivismo, chiaramente – come tu stesso asserisci – ogni singolo attrezzo della cassetta dovrà essere sottopostoad una lettura antispecista in quanto non tutto – chiaramente – ciò che un singolo attrezzo significa può essere considerato utile allo scopo.
Come potrai quindi facilmente capire il lavoro da fare è enorme…
Con Schillaci si sta gradualmente affrontando la decrescita in chiave antispecista sulle pagine de la Veganzetta, l’espero in questo campo è chiaramente lui. La declinazione antispecista di ogni singolo attrezzo è importante, è anche vero che non tutto sarà possibile affrontarlo oggi, in quanto non abbiamo purtroppo una capacità di astrazione tale da poter proiettare ogni singola questione in un futuro ancora del tutto ipotetico (vedasi la questione delle distanze), però gran parte degli attrezzi è possibile declinarla secondo una visione antispecista già da subito.
Per cercare di rendere il tutto più fruibile si può chiaramente variare l’ordine dell’elenco degli attrezzi in modo da raggiupparli tematicamente, si accettano proposte di riorganizzazione.
2) Si in realtà di parla di diritti umani in quanto è un concetto universalmente compreso e condiviso, sarebbe meglio parlare ovviamente di liberazione umana, ma forse in un primo momento il criterio legato al doppio binario diritti-umani-diritti-animali potrebbe funzionare, non solo per gli animalisti, ma anche per coloro che lottano per i diritti civili umani.
3) Benissimo puoi proporre un termine alternativo da inserire al posto di “conciliante”? Si potrebbe così cambiare e rendere il tutto più preciso e calzante.
Per quanto riguarda le azioni antispeciste, credo sia utile – come suggerivi – inserire i punti suggeriti da Francione, però sarebbe meglio farlo non integrandoli nell’attrezzo 10, ma in un nuovo attrezzo. Potresti postarli creando un vero e proprio attrezzo in modo che lo si possa aggiugere?
4) Come giustamente afferma Enzo non è che si debba eliminare un termine perché ci ricorda fatti o accadimenti storici spiacevoli o negativi. In realtà in concetto di autarchia prefigura un sistema chiuso, mentre non è questo che vorremmo, pertanto l’autosufficienza come filosofia, nel senso più generale del temrine, sarebbe un criterio più vasto e calzante. Diciamo che il confine è labile ed una sintesi sarebbe da tentare subito in modo da sgombrare il campo da equivoci. Quindi in realtà il termine “autarchia” non rende bene, e l’autosufficienza evoca visioni (anche se improprie) legate alla sussistenza, temo. In realtà non è ciò che sarebbe auspicabile, ma invece si dovrebbe parlare di società umane organizzate e pienamente indipendenti che comunque non rifiutano lo scambio, o non lo considerano solo per necessità. Soluzioni alternative?
5) Modifica eseguita
metodo del consenso: di seguito un testo introduttivo che contribuirà a chiarire i tuoi dubbi
http://antispecismo.wordpress.com/2008/01/11/il-metodo-del-consenso/#comment-93
Tecnologia: assolutamente d’accordo. L’attrezzo delle Tecnologie appropriate (16) va quindi approfondito con questo spirito
Darwinismo: L’argomento è vasto e per alcuni versi “pericoloso”, si potrebbe anche in questo caso procedere mediante la reinterpretazione del concetto in un’ottica antispecista: a te la palla
non- violenza: il topic si può e si deve ovviamente aprire, sarà una delle prossime iniziative
Caro Adriano,
grazie per le esaurienti risposte.
1) Ovviamente penso che si dovrà fare un’enorme sforzo collettivo per rendere operativa la proposta della “cassetta” che già contiene tutto un programma di lavoro…Magari si riuscisse a realizzare dei tavoli di lavoro collegati o anche solo un programma di discussioni pubbliche sul tema “antispecismo e…” (riempendo di volta in volta i … con un tema: decrescita, non-violenza, gerachia, autarchia etc.)!
3) Non penso basti trovare un aggettivo diverso, perché il problema di cosa qualifichi un’azione antispecista è troppo complesso per essere riassunto in una parola. Comunque ci penserò. La proposta di introdurre Francione tra gli attrezzi invece non mi convince perché temo che potrebbe essere discutibile. Mi spiego: sono sicuro che ogni antispecista pensi che un’azione antispecista debba corrispondere a dei criteri generali (e QUESTO assunto generico lo metterei tra gli attrezzi)…il problema è che non tutti sono d’accordo su quanti e quali siano!! E dunque non mi sentirei in grado di determinare IO (o farli determinare a Francione) questi criteri.
4) mah, l’autodeterminazione sarebbe un bel concetto ma ora è usato in senso “nazionalistico” e dunque creerebbe altrettanta confusione. E se si usasse, invece di un solo aggettivo, una “definizione complessa” tipo: società “autarchiche e solidali”, o società “autosufficienti in senso economico e politico”?
Mah, magari non c’è bisogno di assumersi tutta la “palla” del darwinismo (palla complicata e spinosa)…basterebbe sottolineare il dato di FATTO che la natura non è una realtà statica ma in costante divenire (cioè assumere l’ottica della “storia naturale”) per rendere più fluidi concetti come quelli di specie, di bioregione, biosfera e simili, sottraendoli così alle interpretazioni “olistiche” di tipo metafisico.
Mi scuso per la brevità e la rozzezza di queste note ma ho un’emicrania spaventosa.
a presto.
Marco
Cara Eva,
sono assolutamente d’accordo con te sull’importanza di incentrare la critica dello specismo sul concetto di dominio. Per questo ho molto apprezzato il testo che avete pubblicato su AdT e che Adriano ha postato qui sul blog (di cui, se non erro, sei una delle autrici, vero? Brava! :-D). Come avrai forse potuto vedere nel relativo thread di questo blog ho letto e postato anche la discussione che avete avuto sul vostro forum a questo proposito…Devo però sottolineare di essermi trovato d’accordo con la critica che vi aveva mosso Virgola, cioè che il riferimento al dominio va bene se però non lo si riduce solo ad un’IDEOLOGIA ma si sottolinea come esso sia sempre innanzitutto una PRASSI di sfruttamento. Tale prassi è infatti storicamente precendete e logicamente fondativa rispetto al concetto di “superiorità di specie” (ritengo che le testimonianze storiche in tal senso siano convincenti, ma se ne può parlare). A parte questo, penso che la tua proposta sia decisamente da sottoscrivere.
un saluto
Marco
Caro Marco,
ti ringrazio dell’attenzione ^^
La confusione nasce per diversi motivi, il primo fra tutti, il fatto che quel testo è stato scritto molto impulsivamente, perché il tempo ci sfilava sotto i piedi e ne avevamo assoluto bisogno.
Quindi posso sintetizzare di sicuro così il pensiero, sia mio, e forse anche di Irene (ma non è qui con me quindi non posso saperlo con certezza se non sulla base di cose che ci siamo dette nel tempo), che viene contestato, pensando a come lo avremmo scritto avendo avuto più tempo.
Avremmo formalmente diviso – credo – lo specismo ideologico, dallo specismo pratico. Non avendolo fatto (eravamo orientate ad una platea che manco sa che esiste altro oltre a benetton), è plausibile che i conti non tornino, sopratutto perché diamo particolare importanza all’aspetto ideologico.
Avremmo fatto questa distinzione perchè la troviamo importante, sia per favorire la chiarezza di alcuni temi, ma anche e forse sopratutto per favorire la ricerca di strumenti utili alla concretizzazione di quell’ANTI che ci preme tanto.
Non c’è dubbio (almeno in teoria) che è nata prima “una” pratica specista, ed in seguito una ideologia che la giustificasse. E altrettanto vero però, che dal momento della “nascita” di quella stessa pratica specista (qualsiasi fosse quella che ha dato il via a questa cosa), il meccanismo vitale dinamico è stato coerente con tutti gli altri fenomeni simili, e cioè pratica ed ideologia si sono reciprocamente alimentate in maniera secondo me, ponderatamente quasi uguale.
Il fatto di mescolare, durante l’analisi, pratica ed ideologia tende a creare veramente gran confusione. A mettere nello stesso contenitore pratiche ad esempio, che secondo me sono COERENTEMENTE DERIVATE dallo specismo, ma che non sono necessariamente speciste, prima di avere chiarito cosa sia lo specismo stesso.
E’ evidente però che per comodità intellettuale però si può usare “specismo” per richiamare alla mente tutta una serie di cose che con questo hanno strettamente a che fare; in una fase di analisi, come era la nostra, se ci fossimo rivolti a persone che come voi meditano a fondo su queste tematiche, non lo avremmo fatto. ^^
Fatta la piccola premessa, il nostro dare particolare importanza alla ideologia dipende dal fatto che se è vero che c’è una ideologia alla base di tutta una serie di fenomeni comportamentali, – quindi una idea -, allora questa si può cambiare (cioè c’è speranza ^^).
E l’importanza di questo è fondamentale quando ti rendi conto che il resto dell’umanità ha una percezione di sé stessa completamente falsata, dove crede di essere ciò che è e di non poterci fare nulla, come si parlasse di entità statiche, per di più disabituate a pensare.
Non solo. Più importante ancora è che l’ideologia è probabilmente il cardine della persistenza delle pratiche nel tempo. Nella trasmissione dei comportamenti da padre a figlio, laddove magari di istinto il figlio non avrebbe gli stessi comportamenti del padre, è l’ideologia a giustificare e a contaminare – nel bene e nel male – le nuove generazioni.
Ergo, per quanto si dovrà sempre attaccare le pratiche, fare resistenza, ostruzionismo, etc…ciò avrà senso solo continuando a cercare di scardinare di pari passo l’ideologia (l’architettura di idee) specista e sue coerenti derivate.
So che forse non sarete tutti d’accordo, e io l’ho fatta un po’ troppo breve forse…però devo andare alla conferenza della manzoni e sono in ritado come al solito :-S
Sono a disposizione ovviamente per parlarne all’infinito ^^
Cara Eva,
comincio a mettermi al passo con gli arretrati! :-)
Allora, sono sostanzialmente d’accordo con quello che scrivi. Ho solo un dubbio di comprensione e una perplessità.
Il dubbio di comprensione riguarda questo passaggio:
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Il fatto di mescolare, durante l’analisi, pratica ed ideologia tende a creare veramente gran confusione. A mettere nello stesso contenitore pratiche ad esempio, che secondo me sono COERENTEMENTE DERIVATE dallo specismo, ma che non sono necessariamente speciste, prima di avere chiarito cosa sia lo specismo stesso.
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Non ho capito cosa intendi… :(
Invece ho trovato azzeccatissimo questo che scrivi:
***
Più importante ancora è che l’ideologia è probabilmente il cardine della persistenza delle pratiche nel tempo. Nella trasmissione dei comportamenti da padre a figlio, laddove magari di istinto il figlio non avrebbe gli stessi comportamenti del padre, è l’ideologia a giustificare e a
contaminare – nel bene e nel male – le nuove generazioni.
***
Questo è il punto decisivo che lega la dimensione individuale e quella sociale dello specismo. Se riguardi il dibattito tra me e Adriano a proposito dell’articolo “Cos’è l’antispecismo?”
(http://antispecismo.wordpress.com/2008/02/05/cose-lantispecismo-e-sue-critiche/) noterai che sembra esserci una contrapposizione tra il mio sottolineare il predominio delle strutture “sociali” rispetto all’individuo nella
spiegazione dei processi di costituzione del dominio e invece la posizione di Adriano che sottolinea sempre con forza l’elemento centrale della “volontà” e dunque della “responsabilità” dei singoli nelle scelte collettive. Ovviamente sto semplificando, però è significativo un
passaggio in cui Adriano scrive:
***
la storia di cui parliamo è la storia scritta dalla nostra specie, la politica è un’emanazione del nostro pensiero. La religione è una nostra invenzione. Quindi nulla di tutto ciò che ha influenzato il nostro cammino deriva dall’esterno della nostra mente. E’ questo che si dovrebbe considerare NON per dipingere una visione nichilista del nostro destino, ma semplicemente per capire che la soluzione del problema che noi abbiamo creato, risiede ancora una volta dentro di noi, e come abbiamo percorso una delle molteplici strade disponibili grazie alle nostre caratteristiche e capacità, ne potremmo percorrere una nuova che consideri altre visioni. Dai tuoi discorsi [cioè miei, M.M.] a volte pare che le diverse tappe percorse dall’uomo siano stati degli eventi scollegati dalle sue intrinseche capacità, so che non è ciò che intendi, ma credo sia opportuno ammettere che ciò che abbiamo fatto è dipeso dalla nostra volontà, che a sua volta è dovuta all’esigenza di soddisfare determinate nostre caratteristiche
***
Adriano dice en passant che dai miei discorsi sembra emergere una specie di “de-responsabilizzazione” dell’individuo (e della specie?) in quanto prendo in considerazione prevalentemente i processi globali di costruzione del dominio come se ci fossero in qualche modo “esterni”. Ora, io penso effettivamente qualcosa del genere. Ma non perché voglio sottrarre l’umanità alle sue responsabilità morali, semplicemente perché penso che sia più corrispondente al vero. Porto all’attenzione le seguenti frasi di Adriano:
“la politica è un’emanazione del nostro pensiero”
“La religione è una nostra invenzione”
e soprattutto
“ciò che abbiamo fatto è dipeso dalla nostra volontà”.
Ho già scritto non mi ricordo più in quale post che non si può ricostruire la storia come effetto di una “volontà”. Allora avevo giustificato questo assunto sottolineando il banale fatto che la storia è come minimo prodotto dello SCONTRO tra volontà diverse (e non di UNA volontà univoca e universale). Ora posso aggiungere, grazie al tuo esempio, che essa è anche il risultato di miriadi di NON-volontà, cioè di AUTOMATISMI culturali. Questi contano parecchio, sono degli effetti “nascosti” e “silenziosi”, sono anzi il “cemento” di cui è fatta la società. La trasmissione dell’ideologia è un ottimo esempio di tali automatismo: poiché l’infanzia è un periodo di passività, l’ideologia filtra come un’ovvietà, come un presupposto del mondo in quanto tale, senza che sia possibile metterla in discussione (beh, a dire il vero anche nel processo educativo c’è – almeno da un certo momento in poi – lo scontro tra volontà ma avviene sempre in situazione di “minorità” da parte dei figli…effettivamente, più che uno scontro TRA volontà è lo scontro che i figli ingaggiano per vedersi affermata UNA volontà tout court, cioè vedersi riconosciuta l’indipendenza di giudizio).
Proprio per questo, però, direi che quando scrivi:
***
il nostro dare particolare importanza alla ideologia dipende dal fatto che se è vero che c’è una ideologia alla base di tutta una serie di fenomeni comportamentali, – quindi una idea -, allora questa si può cambiare (cioè c’è speranza ^^).
***
in realtà forse stai sottovalutando la portata del valore che ha l’ideologia nel (ri)produrre la prassi di dominio (come giustamente sottolinei tu: è un’azione reciproca). In effetti, proprio perché l’ideologia non viene sostenuta in modo razionale e cosciente ma primariamente in modo ISTINTIVO, ACQUISITO e, dunque, IRRAZIONALE, essa è difficile da scardinare. Non è un’IDEA, ma qualcosa di molto più profondo e radicato nei corpi: un modo di VIVERE e PERCEPIRE il mondo!
E lo si capisce facendo il ragionamento contrario: anche l’antispecismo è un modo di vivere e percepire il mondo e non solo un’idea. Penso che sia un’esperienza che abbiamo fatto in molti: l’antispecismo è una PRASSI (cercare di stabilire nella vita quotidiana dei rapporti non gerarchici tra le specie) che ha degli EFFETTI sul modo di vedere e percepire la realtà. Finché si agisce in modo automatico (mangiare carne, andare allo zoo, usare shampoo di marca) non si vede veramente ciò che si fa. Nel momento in cui si agisce in modo consapevole, si percepisce anche il mondo con occhi diversi (come attraverso gli occhiali del protagonista di “Essi vivono” di J. Carpenter :D). In quel momento, dopo che le azioni che prima si facevano in modo automatico vengono interrotte, anche il loro effetti “narcotizzante” cessa ed esse assumono un singificato diverso: mangiare carne = trangugiare pezzi di animale assassinato, andare allo zoo = guardare animali in prigionia, usare shampoo di marca = spalmarsi i capelli di sostanze chimiche ed inquinanti prodotte grazie alla tortura di animali indifesi. (In questo senso penso che sia molto di più che semplicemente “attaccare le pratiche, fare resistenza, ostruzionismo”…ha un significato POSITIVO, non solo OSTRUZIONISTICO)
Ora, la passività dell’individuo rispetto alla cultura (persino rispetto alle scelte che fa o, meglio, che pensa di fare) è un FATTO che in sociologia è una banalità assoluta, teorizzata da decenni. All’inizio quindi non riuscivo a capire il perché della resistenza che ho trovato tante volte in ambito animalista nel ricordare questo fatto che per me è importantissimo, perché se non lo si prende in dovuta considerazione si rischia di combattere contro i mulini a vento (ad es., andare a convincere le persone porta a porta sperando di produrre così un cambiamento che invece non può non essere GLOBALE e trans-individuale).
Comincio a pensare che tale resistenza dipenda da questo: siamo ormai abitutati a dire che gli specisti SANNO BENISSIMO quello che succede agli animali e che però NON VOGLIONO cambiare. Insomma, si tratterebbe semplicemente di un semplice DIFETTO di volontà o, se si vuole, di PIGRIZIA (mentale e anche fisica). Ma questa costruzione del processo decisionale individuale è, da un punto di vista sociologico, molto imprecisa. E’ sicuro che la volontà individuale di fronte al messaggio antispecista è frenata dal fatto che si percepisce come faticoso “cambiare abitudini”. Però se ci si ferma a questo non si prende in considerazione la catena di cause super-inviduali che producono questa pigrizia. Questa stessa pigrizia è in gran parte un prodotto dell’ambiente e non è qualcosa che venga SCELTO!
E’ chiaro che OGNI ESSERE ORGANICO opera secondo la legge del risparmio energetico e sceglie quindi – per costituzione – la via meno faticosa verso la meta. Ma quale sia questa “via” e cosa significhi “meno fatica” e quale sia la “meta”, almeno nell’uomo, dipende dalla cultura, non è un dato biologico (ad es., delle culture possono ritenere indispensabile una meta che dal punto di vista di un’altra cultura implica fatiche inutili: deformarsi i piedi per camminare più aggraziati o far girare una patatina dalla Germania alla Sicilia per farla tornare in Svizzera e poi Italia invece che coltivarsela sotto casa etc.). Poiché noi ci immaginiamo che per ogni uomo la schiavitù animale sia “comoda”, pensiamo che lo specismo sia un’ideologia che non viene messa in discussione perché è “comoda”. Ma in realtà NON è così! Lo specismo non viene messo in discussione perché in generale è difficile mettere in discussione la propria cultura e tanto più ci si allontana dalla “media” del proprio strato sociale di appartenenza tanto più è difficile operare un cambiamento nelle proprie condizioni. Questo vale per ogni forma di ideologia (è proprio difficile essere a favore delle famiglie omosessuali se si cresce in una periferia romana…e non si ha la fortuna di incontrare Pasolini! :D). Non sorprende che lo specismo sia l’ideologia più profondamente radicata e quindi più difficile da estirpare.
Mi sono dilungato assai, scusassero! :-P
ciao
Marco
“e tanto più ci si allontana dalla “media” del proprio strato sociale di appartenenza tanto più è difficile operare un cambiamento nelle proprie condizioni”
ovviamente volevo dire
“un cambiamento nelle proprie convinzioni”. :P
Ciao Marco,
***
Il fatto di mescolare, durante l’analisi, pratica ed ideologia tende a creare veramente gran confusione. A mettere nello stesso contenitore pratiche ad esempio, che secondo me sono COERENTEMENTE DERIVATE dallo specismo, ma che non sono necessariamente speciste, prima di avere chiarito cosa sia lo specismo stesso.
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Non ho capito cosa intendi… :(
Era esattamente ciò che mi ero accorta essere scritto male.
Intendevo dire che per motivi pratici spesso si inscatola nel contesto “specista” sia lo specismo vero e proprio (pratiche ed ideologia), che anche però diverse altre cose direttamente derivate ma che non sono esclusivamente speciste, o che più correttamente, senza lo specismo basico, non potrebbero essere chiamate in causa.
Per chi ha chiaro il nucleo basico dello specismo questo non è un problema, per gli altri può risultare motivo di confusione. Allo stesso modo però è l’unico modo semplice e veloce che si ha di fare intendere che c’è una relazione tra lo specismo vero e proprio e tutta una serie di altri fenomeni comunemente ritenuti negativi.
Nel nostro testo si parla di tante cose che non sono direttamente “specismo”, ad esempio dell’autoreferenzialità umana. Questa sarebbe un azzardo definirla “specista” in assoluto, eppure è difficile avere dubbi sul fatto che vi è una fortissima relazione tra discriminazione di specie gerarchica e autoreferenzialità della specie umana. Probabilmente in una cultura aspecista non sarebbe concepibile ragionare e vivere (come invece facciamo), come esistessimo solo noi. La relazione è talmente forte come tra padre e figlio appunto, che figurativamente sono accorpabili in una stessa famiglia. Senza il primo il secondo non esiste, ma non si può dire che il secondo sia il primo :-)
Tutto sto giro di parole, per spiegare che abbiamo cercato di semplificare il testo ottenendo un bel calderone. Quello che ci interessava era citare fenomeni gravi, gravissimi e associarli alla parola specismo. La relazione diretta non potevamo che accennarla alla lontanissima e in poche parole (dato anche quanto è difficile per noi stesse avere chiarezza), ma si sperava di sollevare il desiderio di approfondire, di porsi delle domande.
Ora posso aggiungere, grazie al tuo esempio, che essa è anche il risultato di miriadi di NON-volontà, cioè di AUTOMATISMI culturali. Questi contano parecchio, sono degli effetti “nascosti” e “silenziosi”, sono anzi il “cemento” di cui è fatta la società.
Sono perfettamente d’accordo con te.
Ora, la passività dell’individuo rispetto alla cultura (persino rispetto alle scelte che fa o, meglio, che pensa di fare) è un FATTO che in sociologia è una banalità assoluta, teorizzata da decenni. All’inizio quindi non riuscivo a capire il perché della resistenza che ho trovato tante volte in ambito animalista nel ricordare questo fatto che per me è importantissimo, perché se non lo si prende in dovuta considerazione si rischia di combattere contro i mulini a vento (ad es., andare a convincere le persone porta a porta sperando di produrre così un cambiamento che invece non può non essere GLOBALE e trans-individuale).
Ancora completamente d’accordo.
A tutti ciò che segue delle tue considerazioni, vorrei aggiungere una riflessione per me importante.
Io e Irene ci siamo a nostra volta scontrate su questo tema, poiché, mentre io sostenevo una rilevanza molto forte della formazione culturale, lei sosteneva che alla cultura ci si può ribellare quindi diventa un atto di volontà abbracciare oppure no lo specismo.
Non so se lei ha cambiato idea, io no :-)!
Sostengo ancora che la cultura con cui dobbiamo fare i conti non è quella delle abitudini che nascono nella ripetitività della vita o quella nozionale della scuola, ma quella che viene impartita da genitori a figli nei primissimi anni di vita. Banalizzare è difficilissimo ma provo lo stesso a fare un esempio con il circo.
Dire ad una persona che il circo, per tutta una serie di motivi, è “sbagliato”, non è solo un attacco diretto alla sua razionalità, ma spesso al suo legame affettivo infantile – ovviamente spesso inconscio – con la famiglia. Accettare che è sbagliato, visto che da bimbo la mamma e il papà – che sono agli occhi di un adulto normale come dei santi – ti ci portavano e tu eri felice per tutta una serie di emozioni che provavi molto forti, è difficile e potenzialmente doloroso perché per mettere in discussione tutto ciò serve la volontà di andare a scardinare le informazioni ricevute sulla base dell’assoluta fiducia che si ripone nelle persone preziose per la propria infanzia.
Non sono cazzate. Non sono cose che valgono solo quando si tratta di pedofili che sono stati a loro volta seviziati.
E’ evidente che non è così semplice. Ma quello che intendo dire è che la “cultura” cementifica di cui stiamo parlando non è alla facile portata della nostra razionalità per motivazioni molto serie e che a loro volta, come dici tu, vanno tenute in considerazione se si vuole cambiare.
Questo è uno dei motivi per cui si può dare per scontato che il cambiamento non avverrà in una sola generazione e neanche in dieci. L’unico modo che abbiamo di attaccare queste fondamenta così forti è continuare ad instillare dubbi, su tantissime questioni (direttamente e indirettamente speciste), così che per le generazioni future diventi più frequente, direi quasi abituale, mettere in discussione il pacchetto all-inclusive di informazioni che ti piazzano in mano a due anni, e che a causa di certi perversi meccanismi ti porti dietro senza mettere mai in atto le capacità critiche di cui siamo dotati.
Come dici tu vanno scardinati automatismi. Una intera meccanica di branco che ci rende veramente stupidi e ci impedisce di sfruttare le capacità di ragionamento perché spesso, invece che ragionare per affrontare quesiti di qualsiasi natura, siamo abituati a ricordare FIDUCIOSAMENTE informazioni acquisite in maniera come dici tu passiva, e ad usare quelle.
Questo fenomeno psicologico è ben conosciuto. Sto cercando di approfondire in maniera più tecnica e meno fai-da-te, ma non è facile perché ad esempio, nel campo della psicologia infantile, gli studi raramente sono orientati all’analisi della relazione uomo-altre specie, quindi devi spulciare e cercare spunti e collegamenti che siano attendibili.
Buona notte!
Una proposta:
Questo argomento su quale sia o no la meccanica psico sociale con cui abbiamo a che fare, forse sarebbe utile separarla in una riflessione apposita dove discutere di strategie.
Alla fine sia che il problema sia culturale passivo o culturale attivo, saperlo ci dovrebbe servire solo a trovare vie di diffusione più efficaci, no?
E’ solo una idea ovviamente :-)